Internet potrà sostituire l’uomo? «Datacrazia» e professioni

Si può credere in una macchina? Possiamo aver fiducia in qualcosa di artificiale? Siamo in grado di fidarci di ciò che è stato costruito da noi, ma che sembra in molti casi agire in maniera indipendente? Ma soprattutto: quanto e cosa apporta il valore umano rispetto all’analisi dell’intelligenza artificiale? La rivoluzione digitale ha negli ultimi anni affiancato l’evoluzione aziendale, spalancando possibilità di crescita nei servizi e nei prodotti inimmaginabili fino a qualche tempo prima.

Nel settore dei servizi e della consulenza alle persone e alle imprese, in particolar modo, la grande disponibilità di informazione, di facile accesso a tutti, e di strumenti per la loro elaborazione, ha reso le professioni intellettuali nodi della rete che devono confrontarsi ogni giorno con un pubblico sempre più informato. Se da una parte, però, l’evoluzione delle macchine stimola il sapere, dall’altra parte ne è una minaccia: gli algoritmi e l’intelligenza artificiale stanno creando macchine capaci di sostituire i professionisti umani nel loro lavoro intellettuale.

Oggi una nuova generazione di macchine di calcolo è capace non solo di elaborare soluzioni a problemi complessi, ma anche di apprendere in funzione dell’inserimento dei dati e di migliorare la loro capacità di ricerca e di soluzione a situazioni sempre nuove e diverse. Tutto ciò ha profondamente modificato la relazione tra professionista e cliente: un tempo era basata sul riconoscimento di expertise profondamente diverse, oggi rischia di sembrare opzionale in un mondo capace di fornire soluzioni alla portata di tutti.

Il rapporto tra essere umani e macchine, tuttavia, ci sembra rimanga il fondamento di qualunque esplorazione: non solo perché attiene all’uomo la capacità creativa di pensiero laterale, che è una dote che si acquista solo con una lunga esperienza e un continuo esercizio della professione a contatto con situazioni disparate, ciascuna delle quali non costituisce una “categoria” a cui attingere tra i dati a disposizione, ma un unicum a sé stante; ma anche perché ogni professione presuppone una libertà di coscienza e un’etica che non può essere richiesta alle macchine.

È davvero possibile per l’uomo fare a meno dell’uomo? Tutti sappiamo che usando Google è possibile ricostruire i nostri percorsi abituali, la nostra rete di relazioni e gli interessi o che acquistando su Amazon veniamo profilati e orientati nelle scelte future. Il professor Derrick De Kerckhove, docente all’Università di Napoli e esperto di cultura digitale, ha detto: «L’interconnettività dà origine alla datacrazia, ovvero al potere dato ai dati, che rappresentano l’inconscio digitale delle persone e ne condizionano l’autonomia. L’uomo per la prima volta nella storia non è più padrone del proprio pensiero».

Secondo il sociologo, ci troviamo di fronte a una datacrazia che è anche dataismo, ovvero un nuovo sistema economico che sostituisce il capitalismo e che consente alle società in possesso di dati personali di conoscere il cliente e il cittadino come mai in precedenza, sfruttando conoscenze e algoritmi.

La datacrazia o il governo degli algoritmi è davvero il futuro? Come cambieranno le professioni, anzi come sono già cambiate? La diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali e l’aumento esponenziale delle capacità di calcolo hanno permesso di sistematizzare questo approccio che ha radicalmente modificato un elevato numero di professioni: oggi si parla di giornalismo di precisione e di giornalismo dei dati, di medicina di precisione, per non parlare di come sia cambiato il marketing e il rapporto con il cliente, oltre al mercato della pubblicità che si è trasformato drasticamente.

Nel futuro la datacrazia avrà un ruolo rilevante, ciò che però gli algoritmi non potranno gestire sono le situazioni in cui è richiesto di poter esprimere flessibilità e agire al di fuori delle regole gestendo le anomalie che potrebbero, presto o tardi, alterare il processo di profilazione aggregata dei nostri gusti, pensieri e intenzioni. Il ruolo dei professionisti sarà dunque quello di focalizzarsi sulla competenza e la flessibilità, ignorando ciò che è ordinario e ripetitivo a favore di una maggiore specializzazione e creatività.

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