Avvenire di Calabria

Dopo le gravi accuse del programma Le Iene interviene il presule reggino

La lettera: «Io, don Salvatore Nunnari, vescovo per caso»

La "Lettera aperta al mio popolo" dell'arcivescovo emerito di Cosenza

Salvatore Nunnari *

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Anche questa, appena scorsa, è stata per me una lunga notte insonne. È per questo che ho deciso di scrivere questa lettera aperta.

Ormai sono vecchio abbastanza per non temere più nulla, ma questa mattina per la prima volta nella mia vita mi sono ritrovato costretto a varcare il portone principale della Procura della Repubblica di Cosenza per denunciare le aggressioni subite in queste ore.

Aggressioni ingiuste, fuori da ogni regola deontologica, pesanti come proiettili, che entrano nella vita di un uomo in maniera dirompente, devastando e distruggendo quel poco di quiete che la vita ancora ti riserva.

Mi sono chiesto mille volte in queste ore, Perché così tanta cattiveria? Perché proprio io? Perché proprio ora? Che male avrò fatto davvero per meritare una campagna così denigratoria e pesante?

Questa mattina sulla rete è comparso il post di un signore di Cosenza che propone per me l’isolamento a Porto Cervo. Me lo chiedo da venerdì scorso: ma cosa c’entra la mia vita con tutto questo?

Ho riflettuto a lungo sulla mia vita passata, e oggi traggo una conclusione di cui quasi mi vergogno a parlarne, ma credo di essere stato un buon prete.
Credo di aver servito la causa del Signore fino in fondo, dall’inizio fino alla fine, certo commettendo anch’io gli errori naturali che ogni uomo commette, ma ho trascorso tutta la mia vita nella certezza della mia missione pastorale, che ho inseguito e vissuto con il cuore, prima ancora che con la ragione.
Credo di aver cercato sempre l’umiltà e la vicinanza ai più deboli, aperto, disponibile, sempre pronto a servire in maniera totale chiunque bussasse alla mia porta. Soprattutto educato all’ascolto.
Mai superbo. Mai eccentrico. Ma esasperatamente modesto, come mio padre e mia madre mi hanno insegnato a crescere, lo ricordo a me stesso, nel cuore della miseria più nera di uno dei quartieri più difficili della mia Reggio Calabria. Perché è da lì che vengo.

Mi sono sempre considerato un “Vescovo per caso”, ma anche da Vescovo non ho fatto altro che pregare per il mio popolo, aiutare la mia gente, dare voce e correre incontro a chi in questa regione non ha mai avuto voce.

Alla fine un vescovo è un uomo solo, profondamente solo, e nel silenzio a volte opprimente delle sue stanze deve pur trovare la forza di andare avanti, ed affrontare le mille storie di solitudine che arrivano alla porta della sua casa.

In questa vicenda umana, dolorosissima e tragica, non c’è nulla che possa chiamare in causa la mia responsabilità di uomo e di pastore della Chiesa.
E per dimostrare le mie ragioni e la mia assoluta buona fede questa mattina ho chiesto l’aiuto della Giustizia.

Al Procuratore della Repubblica della città di Cosenza, che è la città che mi ha accettato, rispettato, amato, per anni da Vescovo, e in cui oggi ho scelto anche di morire, ho chiesto di andare fino in fondo perché giustizia prevalga, perché verità sia fatta, sulle mille insinuazioni e accuse che continuano a piovermi addosso.

Non so se mi rimarrà il tempo per capire meglio, un giorno, il perché di questa campagna di aggressione così violenta contro di me, che non conto nulla e che non sono nessuno, ma io pregherò ogni giorno della mia vita il Signore perché mi dia la possibilità di capire il perché ad un certo punto della propria vita si diventa vittime inconsapevoli di aggressioni senza pari.

Ho il timore che la “democrazia della rete” di cui si parla con orgoglio ormai in tutto il mondo, alla fine rischi di provocare più danni di quanto non ne provocasse ai miei tempi, io ancora giovane sacerdote nella provincia di Reggio Calabria, l’urlo della lupara.

Ma i giovani d’oggi per fortuna forse non sanno neanche cos’è una lupara. Beati loro. Il solo vero conforto di queste ore sono le centinaia e centinaia di attestazioni di stima e di rispetto che ricevo, e di questo non finirò mai di dire grazie alla mia gente.

Che Dio mi conceda ora la grazia di non perdere mai la fiducia negli uomini. Che io possa conservare il profondo senso di serenità, che per tanti lunghi anni ha accompagnato la mia missione pastorale.
Che Dio mi aiuti a superare questa triste vicenda.

Non posso negarlo, è una vicenda che mi prostra, mi offende, mi piega , mi addolora e mi angustia, in un periodo della vita in cui sono ormai troppo vecchio e stanco, e dalla salute malferma.

Prego Dio perché illumini anche la ragione e il cuore di questa giovane donna, ne rafforzi la volontà di elaborare il lutto, per alleviare il dolore dell’anima, per le decisioni prese tanti anni fa, quando ancora era molto giovane e inesperta.

Nessuno, se non vuole essere giudicato, giudichi quanto fatto, sicuramente dettato da una profonda sensazione di miseria umana, di disperazione, di solitudine, e di abbandono.
Il Signore è grande e misericordioso, e saprà perdonare quanto compiuto: errori, debolezze e peccati commessi.



* Arcivescovo emerito di Cosenza - Bisignano

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