La mareggiata a Scilla tra video virali sul web e l’allarme reale per l’erosione della costa

Il borgo di Chianalea finisce sotto i riflettori dei media internazionali dopo i flutti di sabato scorso mentre gli esperti richiamano l’attenzione sulla fragilità del litorale reggino
Scilla Mareggiata

L’evento meteorologico che ha colpito il borgo di Scilla lo scorso sabato ha generato un corto circuito mediatico, trasformando una consueta mareggiata invernale in un caso di risonanza internazionale. Attraverso i video virali ripresi tra le vie di Chianalea, si è assistito a una narrazione spesso allarmistica che tuttavia nasconde questioni molto più profonde e urgenti. Al di là della spettacolarità delle onde che hanno lambito le automobili in transito verso il porto, emerge una realtà fatta di profonda conoscenza del mare da parte dei residenti, ma anche di fragilità strutturali dovute all’inarrestabile erosione costiera. Il confronto con il passato e l’analisi tecnica dei danni subiti dal lungomare pongono oggi un interrogativo necessario sulla tutela di uno dei tratti costieri più pregiati della Calabria, dove l’abbassamento della linea di spiaggia sta cambiando il volto e la sicurezza del territorio.

Il fenomeno mediatico e la voce dei pescatori

Potenza dei nuovi media, un evento abituale nella vita degli abitanti di Scilla come la mareggiata di sabato 10 gennaio ha acceso un interesse che si è allargato a macchia d’olio anche sui media tradizionali in Italia e all’estero, con esiti talora esageratamente allarmistici. Lo sa bene Carmelo Magenta, uomo di mare del borgo dei pescatori per antonomasia, Chianalea, autore forse del video più visto e rilanciato anche dalle tv fra i molti che hanno inondato (è il caso di dirlo) il web. Il video ritrae alcune automobili intente ad attraversare la via San Francesco di Paola che, costruita sopra la scogliera fra il mare e la rupe del Castello, unisce il lungomare al porto di Scilla.

Una pratica temeraria e vietata, certamente da scongiurare, ma abbastanza «abituale» in circostanze analoghe fra alcuni giovani e meno giovani del circondario. In verità si tratta di un rischio almeno apparentemente calcolato considerata l’altezza dal mare del punto di maggior impatto, la barriera di scogli naturali e frangiflutti, la galleria protettiva e la solidità delle automobili che fanno sì che l’onda, quando tocca terra, arrivi ormai consumata della sua forza dirompente. Senonché non tutte le onde sono uguali e una ha largamente superato l’altezza di una macchina in particolare, circondandola della tipica e suggestiva spuma marina, con effetti visivi spettacolari e drammatici ma con lo sconsiderato autista che, superato un attimo di sbigottimento, la riportava agevolmente sulla via del ritorno.

Anche per questo Magenta non accetta la definizione del mare come «buono e cattivo allo stesso tempo» corsa nelle analisi di questi giorni ma lo chiama soltanto «buono» e da imparare a conoscere, rispettandone i tempi e le modalità di manifestazione.



La memoria storica e l’emergenza erosione

Il cultore di storia locale Rocco Panuccio ci ricorda infatti che ben altri furono gli eventi disastrosi dovuti alla furia del mare. Senza andare troppo indietro, basti ricordare la grande mareggiata della notte precedente il primo gennaio 1980 che produsse danni incalcolabili e che non sorprese nessuno nel sonno probabilmente solo grazie ai festeggiamenti per il Capodanno. Meno gravi, ma molto più forti di quella di alcuni giorni fa, sono state le mareggiate del dicembre 1999 e febbraio 2007.

Quella di sabato scorso, fa notare Panuccio, è stata una mareggiata «spinta soltanto da uno dei venti che soffiano da Occidente. Se ci fosse stata la confluenza di ponente e maestrale (punenti a maistru, nel dialetto locale, ossia Ovest-Nordovest) gli effetti sarebbero stati più dirompenti». I gravi danni al marciapiede del lungomare si sono prodotti, più che per una straordinaria forza delle onde, per lo stato ormai drammatico dell’erosione costiera che ha fatto sì che la spiaggia si sia abbassata al punto da creare un dislivello notevole con la strada, storicamente posta sullo stesso piano.

In tal mondo, le onde più forti hanno impattato violentemente sul manufatto, distruggendolo a poco a poco, anziché passare sul marciapiede e la strada come fossero la continuazione della spiaggia e quindi finire la propria «corsa» quasi senza lasciare segni. Che non rappresenti, forse, anche quest’ultimo evento una sollecitazione a intervenire per impedirer l’ulteriore accorciamento di una delle spiagge più belle d’Italia?

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