La nuova sfida di Marcello Fonte: «Io, l’antidivo torno regista»

La storia di come Marcello Fonte, Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile, sia diventato il protagonista di Dogman, è ormai nota. Da allora la vita e la carriera dell’attore sono molto cambiate e a raccontarci questo cruciale passaggio è il documentario Sembravano applausi di Maria Tilli, che consegna agli spettatori sogni, frustrazioni, desideri, paure, entusiasmi e dubbi di Fonte fotografato prima, durante e dopo le riprese del film di Matteo Garrone. Uno straordinario e sgangherato percorso umano e artistico culminato sul palco del Palazzo del Cinema di Cannes, quando Marcello davanti a una platea che non aveva mai sentito parlare di lui disse frastornato: «Da piccolo, quando ero a casa mia e pioveva sopra le lamiere, chiudevo gli occhi e immaginavo di sentire gli applausi, che oggi sono veri. Il cinema è diventato la mia famiglia, la solitudine è finita».

Definito “attore pasoliniano”, protagonista di una “favola” che sa di neorealismo, Marcello è cresciuto in povertà nelle baracche lungo la fiumara di Archi, alla periferia di Reggio Calabria, in una discarica e cielo aperto che non è riuscita però a soffocare meraviglia e stupore. Minuto e apparentemente fragile, è stato il più ribelle dei sette figli di mamma Rosa, di cui l’attore parla sempre con enorme affetto e ammirazione. Tanto che perderla è una delle sue più grandi paure. «In realtà ho paura di tutto – ci racconta l’attore –: di sbagliare, di dire sciocchezze, di morire senza aver fatto quello che volevo. Ho paura di quando mia madre non ci sarà più, di aver inseguito egoisticamente il mio sogno mentre lei continua a zappare il giardino nell’umidità. Ho paura di non avere tempo per lei, paura che tutto si sporchi. Ma è una paura sana, che poi mi spinge a buttarmi in quello che faccio con il cuore e la pancia. Dei premi non me ne frega niente, il vero premio per me è lavorare».

Eppure, nonostante le paure, Marcello non sembra scoraggiarsi di fronte a nulla. «Ogni problema si può risolvere, abbiamo tutti la forza per affrontare quello che arriva nella nostra vita. Sbagliare fa parte del nostro essere umani e la Palma d’Oro non mi mette certo a riparo dalle cadute. Pensate alle centinaia di Palme che ci sono in giro! Non bisogna lamentarsi, ma mettere in moto azioni che si riflettano sugli altri, che siano da esempio per tutti». L’improvvisa fama non ha impressionato troppo Marcello, e neppure sua madre, che non vuole saperne di trasferirsi in una casa più confortevole. «Lei è affezionata alle sue cose, nella casa dove vive ha il suo teatro. Matteo voleva portarla a Cannes comprando un biglietto anche per le galline, ma non c’è stato niente da fare. È molto orgogliosa del mio successo, ma non me lo dice mai, ne parla solo con gli altri». Di storie da raccontare sulla sua vita Marcello ne ha tante, per questo dopo aver diretto con Paolo Tripodi nel 2015 il film Asino vola (al 68° Festival di Locarno) in cui racconta la propria turbolenta infanzia trascorsa a scalciare tra un ruscello e una montagna di spazzatura diventata il suo parco giochi, ha deciso di scrivere anche un libro autobiografico, Notti stellate, appena uscito per Einaudi. «Quando fai questo lavoro continui a scavare su te stesso e finché non le scrivi o non le fotografi le cose che hai in testa rimangono chiuse là dentro. Un film, un libro ti danno la possibilità di trasferirle agli altri e farle diventare di tutti. Notti stellate regala agli altri il mio mondo». Ma non finisce qui. «Dal libro è rimasta fuori la mia vita romana, alla quale dedicherò un secondo romanzo autobiografico ». Nella prima riga del libro ci sono già due parole che dicono molto della vita di Fonte, «mamma» e «terra». «Volevo mostrare i piedi di mia madre nella terra fresca, piedi grandi con le unghie nere perché lei non ha mai avuto paura di sporcarsi. Il libro non l’ha letto, glielo leggerò io».

Una delle storie più curiose che Marcello racconta spesso è quella che riguarda il suo grande amore, una ragazza che ha poi deciso di diventare suora. «I primi tempi mi piazzavo fuori dal convento con uno striscione che strillava “Ti amo”, ma poi mi sono rassegnato e sono stato contento per lei. In fondo anche io ho seguito la mia vocazione, che è quella di recitare. Anche io in un certo senso mi sono svestito». Se Cannes gli ha riservato emozioni fortissime, a Hollywood l’esperienza non è stata altrettanto appagante. «Se non hai una carta di credito non sei nessuno e ti chiedono solo quanto fatturi all’anno. Ma io la Ferrari ce l’ho dentro». Lo rivedremo presto in Vivere di Francesca Archibugi e Ad Africo di Mimmo Calopresti. «Nel primo sono un perito industriale solitario e precisino, che vive con un criceto, sa tutto di tutti, ma è solo con se stessa. Si, con se stessa. Mentre nel secondo, ambientato in Aspromonte, interpreto “il poeta”, un uomo che ha visto il mondo e sta scrivendo un libro, ma gli altri lo considerano un pazzo, lo scemo del paese». Ed è quasi pronto il secondo film da regista di Marcello, che racconterà ancora la sua vita, ma da un punto di vista diverso e sorprendente.

«È il mio diario di bordo che racconta cosa sarebbe accaduto se avessi ascoltato le parole di mia madre e fossi rimasto a vivere nelle baracche invece di trasferirmi a Roma. È quindi la storia di un uomo che sogna la vita che invece ho fatto. Nel film ho fatto recitare Ozpetek, Herzog, Garrone e tanti altri con cui ho lavorato e che sono i protagonisti del mio sogno». Un sogno divenuto realtà cercando di seguire il consiglio più prezioso: «Cerco sempre di guardare oltre le cose, i fatti, le persone, per scoprire la verità. E qualunque cosa accada resto sempre a disposizione della vita».

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