La riflessione. Confische, è il tempo «dell’essere bene»

di Luciano Arillotta – La questione beni confiscati, a quanto pare, è una vera e propria “questione”, nel senso che, come spesso accade, la diffusione mediatica, la molteplicità delle competenze coinvolte, dei risvolti sociali possibili, dei percorsi burocratici necessari, ne fanno un qualcosa che rischia di far perdere il filo lungo la strada e di non ritrovare più la via d’uscita.

Senza dubbio, oggi, questa “questione” rappresenta una grande opportunità, innanzitutto per la qualità della cosa, per la possibilità, spesso unica nella vita, di trasformare il male in bene, ma quanta fatica!

Potere rendere disponibile un fabbricato, un’abitazione, un magazzino o un terreno perché se ne faccia una cosa bella, è qualcosa che certamente riempie di responsabilità l’animo di chi dispone di questi beni; eh si, beni.

Potremmo dire che chi ha usurpato i nostri pensieri in questi decenni, in qualche modo, ora ce ne rende conto, ma non è la cosa più importante, non è questo il punto: si ha lì opportunità di far ritrovare la speranza in chi la speranza non ce l’ha più, si tratta di ricostruire con meticolosa dedizione un paesaggio che prima era inguardabile – e non perché, spesso, fosse oggettivamente brutto, ma perché davanti ad una “bellezza”, pensi a chi l’ha realizzata e la utilizza -, si tratta di far ripartire un’economia fatta di piccoli passi e grandi gesti… si tratta di ritrovare dignità e amore per sé stessi e per le proprie radici.

Da più parti diverse occasioni si stanno concretizzando, tra queste quella dei beni confiscati, puntando a recuperare una relazione con la terra, con le persone, con il proprio tempo; il comune denominatore dovrebbe essere il mettere nelle condizioni chi ha vissuto, o vive, l’esperienza dell’emarginazione sociale a causa di una certe indifferenza verso chi, non vorrebbe, ma è ultimo, di potere farsi carico del proprio futuro, del futuro della propria gente.

C’è bisogno, per percorrere questa strada, di accompagnamento, di cura nelle difficoltà, di stabilire chi può prendere delle decisioni… e di prenderle.

Le tante esperienze già consolidate, che hanno superato tantissimi ostacoli, sarebbero preziose per sostenere chi parte oggi, aggiungendo alle tante pacche amichevoli e ai complimenti vivissimi, quella praticità di chi condivide i tuoi stessi sogni ed è un passo più avanti.

I risvolti sociali della “questione” vanno oltre la possibilità di riscatto, diventano qualcosa di epocale, soprattutto per la crescita dei più giovani, se sapremo assumerci la responsabilità di offrire loro la “semplice” possibilità di scegliere.

Un mio caro amico sacerdote, a cui, spesso, piace giocare con le parole per aprire nuovi scenari sul senso delle cose, ci invitava ad aiutare i ragazzi ad imparare a scegliere tra il “benessere” e “l’essere bene”…

Spero, con convinzione, che la “questione” beni confiscati riesca a trovare pienamente la strada di maggiore senso, donando, accanto alle occasioni di lavoro, di servizio o di riscatto, la possibilità di costruire il bene.

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