La ricostruzione storica delle vicende ottocentesche della chiesa parrocchiale di Laganadi offre uno spaccato dettagliato sulle complesse dinamiche amministrative, economiche e strutturali che hanno interessato gli edifici di culto della diocesi reggina. Attraverso l’esame accurato della documentazione custodita presso l’Archivio diocesano e l’Archivio di Stato, emerge un percorso lineare ma profondamente segnato da controversie finanziarie tra i parroci e le amministrazioni locali, rallentamenti burocratici, eventi calamitosi come il terremoto dello Stretto del 1841 e difficili condizioni gestionali. Le ispezioni periodiche e le relazioni dei vicari restituiscono la cronaca di una comunità costantemente impegnata nel difficile reperimento di risorse straordinarie, tra legname boschivo e collette popolari, nel tentativo di sottrarre la struttura al degrado e adeguarla alle necessità liturgiche, fino ai definitivi provvedimenti arcivescovili di fine secolo.
Le contestazioni contabili e i primi blocchi dei lavori
L’arcivescovo Tommasini incaricò il parroco di Laganadi, D. Antonino Sinicropi, a verificare Il consuntivo delle spese per la chiesa. Questi, il 18 marzo 1822, redasse un «foglio di dubbi» sulle varie voci relativi agli effettivi pagamenti, per non essersi considerati «tanto carbone venduto per le spese» e il carico di «850 mattoni quanto bisognono per la chiesa», che portavano il debito alla cifra di ducati 33 e 10 tarì. Questa situazione rallentò il proseguimento dei lavori della chiesa, come attestato dalle corrispondenze dei sindaci Antonio Foti (1823) e Antonio Cardillo (1826) che riscontrarono la non volontà del parroco a sanare il debito con gli introiti che potevano derivare dal taglio del bosco della Badia di S. Anna e dalle somme raccolte in occasione della festività di S. Alessio.
L’intervento dell’Intendenza e i danni del sisma del 1841
I documenti parrocchiali conservati nell’Archivio diocesano e quelli dell’Intendenza provinciale presso l’Archivio di Stato mostrano l’iter difficile per arrivare al completamento dei lavori della chiesa. Nell’agosto 1832 l’intendente provinciale comunicava all’arcivescovo di aver sollecitato il sindaco per l’appalto dei lavori di completamento approvati dal Ministro per un importo di ducati 100,70. Poi nel gennaio 1841 il forte terremoto che colpì l’area dello Stretto apportò nuovi danni e venne avviata una nuova pratica per le riparazioni necessarie.
Inventari parrocchiali e avvicendamenti del clero locale
Dopo l’abbandono della parrocchia da parte del parroco D. Giuseppe Foti svolse le mansioni di parroco nel 1851 l’economo curato D. Pier Giacomo Longo che nel redigere l’inventario degli arredi sacri indicò che i calici e la pisside erano molto antichi e che i paramenti sacri erano molto vecchi. Nella chiesa c’erano due statue, una dell’Immacolata ed una di S. Francesco di Paola oltre ad una statuetta di S. Antonino. Nell’aula erano posizionati due confessionali, due stipi in legno, un organo “incompleto” e n. 6 banchi. Nuovo parroco venne designato D. Giovanni Donnarumma che prese possesso nei primi mesi del 1853 ed ebbe assegnato come economo curato D. Alessio Calabrò. Il suo rapporto con i parrocchiani si manifestò difficile e, nell’ottobre 1853, alcuni di essi protestarono per il suo comportamento di “inaudita sfrontatezza”. Tre anni dopo, soffrendo di febbri malariche dovute al «clima umido ed alle esalazioni pestifere provenienti dalla macerazione lungo il fiume della canapa e del lino», chiese all’arcivescovo Ricciardi di potersi allontanare per 40 giorni e durante la sua assenza venne sostituito da D. Alessio Calabrò.
L’istituzione della deputazione e l’approvvigionamento dei materiali
Nel giugno 1859, «onde portarsi a compimento la fabrica della chiesa» lo stesso arcivescovo suggerì di costituire una «deputazione» nominando dieci componenti, tra cui il sindaco ed altri scelti tra le famiglie benestanti del comune ed indicando come cassiere l’economo curato. Il parroco versò una rata iniziale di 100 ducati, cui doveva aggiungersi il ricavato dalla vendita di «alberi di rovere infruttiferi da tagliarsi», in modo da avviare i lavori entro un mese, incaricando il capo mastro d. Gaetano Coppola a direttore l’opera «con farne il corrispondente disegno, portandosi sul luogo quante volte il bisogno lo esige». La deputazione venne poi ampliata e dalla vendita del legno si ricavarono 330 ducati pagati da Giuseppe Bellè di Calanna. Dovendosi utilizzare travi in legno lunghe per il rifacimento del tetto, venne richiesto all’Intendente provinciale il permesso de tagliare 20 abeti nei comuni di Gallina e di Cataforio e la pietra calcarea per fare la calce venne prelevata nella contrada Martello di S. Alessio. La commissione funzionò tra mille difficoltà, rendicontando all’arcivescovo gli introiti raccolti in occasione delle feste patronali e quelli della vendita periodica del legname dei boschi della parrocchia mentre i lavori vennero portati avanti negli anni successivi al 1860 anche per le difficoltà insorte nella guida della parrocchia che portarono alla rinunzia del parroco Donnarumma.
Le ispezioni tecniche e il grave stato di degrado strutturale
Nell’agosto 1870 l’arcivescovo inviò il rettore D. Fortunato Sicoli «per farne uno stato preciso di ciò che manca, di restauri e suppellettili necessari». Accompagnato dai periti Giovanni Carrozza, «fabricatore da Cerasi» e Stefano Romeo, «falegname di Laganadi», rilevò le dimensioni della chiesa lunga m. 17, 50 e larga m. 8 che risultava «compita solamente di fabbriche, covertura e soffitto nella nave oltre il coro» e per questa condizione essa dovevasi «interdire poiché mancante di tutto alle sacre funzioni necessario». Il mese successivo venne inviato come economo curato D. Natale Cosoleto che, nel giugno dell’anno successivo, ricevette la visita del Vicario foraneo l’arciprete Domenico Bello, che dopo averla ispezionata rilevò che: la custodia eucaristica era di tavole nude senza alcun rivestimento; il calice, la pisside e le patene dovevano essere riparati; sul fonte battesimale in marmo pioveva l’acqua dal tetto; il pavimento della chiesa era in più parti sconnesso e la lapide sepolcrale era rotta; le pareti erano indecenti e il soffitto guasto in più parti; dei due confessionali uno era inservibile; le vetrate erano rotte e la cantoria impraticabile «con un organo mediocre per mancanza di suonatori». Nella chiesa vi erano quattro altari poco curati, dedicati a S. Alessio, a S. Anna, a S. Nicola e al SS.mo Crocefisso. La sacrestia, oscura ed umida, risultava impraticabile per le infiltrazioni di acqua piovana e i paramenti sacri erano in gran parte sudici.
Il progetto della nuova chiesa di Sant’Anna e le disposizioni finali
A fronte di questo generale stato di abbandono veniva segnalata la presenza di una «novella chiesa sotto il titolo di S. Anna, la quale quando sarà restaurata verrà una buona chiesa per lunghezza, larghezza ed altezza» anche se era sprovvista di tetto e senza pavimento. In essa vi era un altare fatto erigere da D. Alessio Calabrò ben «tenuto e provvisto del bisognevole». Nella struttura della vecchia chiesa, nel 1872, i fratelli Antonino, Felice e Giovanni Silvestri chiesero di poter riedificare la cappella gentilizia intitolata all’Immacolata ed alle Anime del Purgatorio. L’anno successivo l’arcivescovo Converti, in visita pastorale, diede disposizioni riguardo l’uso di una chiave per il tabernacolo, il restauro dell’incensiere e della navetta, l’acquisto di nuovi paramenti sacri, l’uso di un nuovo messale, la sostituzione del vaso di stagno contenente l’olio per gli infermi, la sistemazione del confessionale senza grate, una migliore decorazione dell’altare di S. Antonio di patronato della famiglia Surace, la messa a norma dell’altare dell’Immacolata, la decorazione delle pareti e del presbiterio con stucchi e l’interdizione all’uso della vecchia chiesa. (continua)













