La storia della chiesa di Sant’Alessio attraverso i documenti sui matrimoni seicenteschi e l’ispezione dell’arcivescovo D’Afflitto (terza parte)

Libro matrimoni

L’analisi dei documenti conservati nell’archivio diocesano restituisce una fotografia dettagliata del casale di Alessi a cavallo tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Attraverso i registri parrocchiali dell’epoca, in particolare quelli matrimoniali curati dal parroco don Coletta Sartiano, è possibile tracciare la composizione demografica del territorio, segnata da un calo degli abitanti a fronte di un parallelo incremento delle rendite della parrocchia. La ricostruzione storica si concentra poi sulla visita pastorale dell’arcivescovo D’Afflitto del 22 luglio 1618: durante il suo arrivo, il presule ispezionò la chiesa locale e fornì indicazioni precise per la custodia degli oli sacri, l’adeguamento del fonte battesimale e l’introduzione di nuovi arredi liturgici essenziali, tra cui un confessionale, due acquasantiere e la costruzione di una sacrestia per la conservazione dei paramenti e dei documenti.

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I registri parrocchiali e la composizione demografica delle famiglie

La relazione della visita pastorale dell’anno 1605 riportava l’elenco aggiornato dei redditi della parrocchia che, in virtù di numerosi legati e lasciti di benefattori, si era accresciuto. Si erano aggiunte rendite di censi o di fitti su fondi agricoli siti nelle contrade Sonafri, Maucanda, Serrafiti, S. Sebastiano, La Cutura, Protopapa, La Vina, Baroni, Siclari. Il numero dei nuclei familiari era rimasto invariato ma era diminuito di ottanta unità il numero dei parrocchiani. L’unico registro parrocchiale, conservato nell’archivio diocesano, che riporta dati relativi al periodo compreso tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento è il registro dei matrimoni. Da esso possiamo ricavare dati sulle famiglie maggiormente presenti in «Alexi» tra il 1593 e il 1615 e su quelle di nuova formazione, annotate dal parroco D. Coletta Sartiano: dei Calarco la famiglia di Giuseppe e Luisa Furfari la cui figlia Candelora sposò nel 1609 Jacopello Pizzimenti, originario di Laganadi, e Milia che nel 1611 sposò Caminonno Cannizzaro, e la famiglia di Sando e Falcuna Piricuni la cui figlia Sapienza sposò nel 1610 Bastiano Romeo. Con il cognome Calociuri quattro nuclei familiari: quello di Simone e Musicò Bianchina il cui figlio Nardo sposò nel 1593 Maria Sofi, quello di Oliveri e Suriana Ripepi la cui figlia Minichella sposò nel 1606 Francesco Versaci, la figlia Maddalena sposò del 1612 Prospero Romeo e l’anno successivo il figlio Minichello sposò Elisabetta Furfari; quello di Lisandro e Minerva d’Arena la cui figlia Maida sposò nel 1609 Giovan Pietro Furfari e la figlia Caterina sposò nel 1613 Giovanni Muscato, originario di Cerasi; quella di Vincenzo e Cassandra Romeo il cui figlio Aurelio sposò nel 1591 Prudenzia Maniscalco e il figlio Trizino sposò nel 1612 Pollonia Mosolino. Con il cognome Cannizzaro, altri quattro nuclei familiari: quello di Conforto e Capuana Cosolito la cui figlia Dontia sposò nel 1609 Santo Sapuni e degli altri due figli il già citato Caminonno e Antonia si sposarono nel 1611, quest’ultima con Gilormo Romeo; quello di Giandomenico la cui figlia Gilorma sposò nel 1590 Domo Cannizzaro e la figlia Angelica, nel 1593, Colaci Nunnari; quella di Masi e Antonella Calarco il cui figlio Lisandro sposò nel 1608 Margherita Piricuni. Con il cognome Furfari sei nuclei familiari cui si aggiunse nel 1612 uno proveniente da Podargoni, dei quali quello di Carlo e Cornelia Romeo era il più numeroso con quattro figli (Livio, Baudo, Gaspare e Rodo) e due figlie (Miliana e Vincenza) i cui matrimoni furono registrati tra il 1590 e il 1612; quello di Pomponio e Mariana Romeo aveva un figlio di nome Giovanni, sposatosi nel 1601, ed Angela, sposatasi dieci anni dopo; quello di Vittorio e Fasili Poeta con due figlie (Argentina e Giuditta); quello di Cristiano e Brunda Sapuni con Cola Iacopo ed Elisabetta, i cui matrimoni vennero celebrati nel 1612 e 1613; di quelli di Princi e Trisabia Furfari, di Gisuni e Argentina Franzò, di Pietro e Anna Caliciuri, di Battista e Pompilia Romeo venne registrato un nuovo matrimonio per ciascun gruppo familiare. Delle altre famiglie più presenti quelle con il cognome Romeo, quelle dei Sapuni e quelle dei Suraci. Della prima quella di Paolo Romeo e Petruccia Calarco la cui figlia Jacopella si sposò nel 1599 e il figlio Giovanni Maria l’anno successivo; quella di Derio e Lunetta Suraci la cui figlia Giovanna si sposò nel 1600 e il figlio Giovan Pietro tre anni dopo; quella di Cicco e Andriella Sapuni il cui figlio Bastiano si sposò nel 1610 e l’altro Prospero nel 1612; quella di Matteo e Cara Calarco il cui figlio Gilormo si sposò nel 1611 e infine quella di Titanio e Miliana Calarco il cui figlio Filippo si sposò nel 1615. Dei tre nuclei familiari con il cognome Sapuni vennero registrati quattro matrimoni tra il 1595 e il 1612. I cinque nuclei familiari dei Suraci, cui si aggiunse nel 1606 uno proveniente da Laganadi furono registrati sei matrimoni tra il 1601 e il 1609. Altre famiglie numerose erano quelle di Bartolo Varuni e Giusa Caliciuri e di Iatì Versaci Bartolo e Minichella Buzzumano con i nuovi matrimoni di due figli e due figlie ciascuno. Altri cognomi presenti da due a tre (presenze e nuovi matrimoni) per i Calabrò, due per i Chirico, uno per i Cosolito, due per i Foti, i Mallimo, i Manfrè, i Nunnari, i Piricuni, i Sofi, i Musicò e altri.

La visita pastorale del 1618 e le disposizioni per la chiesa

Il 22 luglio 1618, l’arcivescovo D’Afflitto dopo aver visitato Laganadi raggiunse il casale di «Alessi» e venne accolto dalla «maggior parte» del popolo, dal parroco abate Nicola Sartiano e dai mastri eletti per quell’anno Trizino Calociuri e Silvestro Sofi. Dopo i riti iniziali l’ispezione della funzionalità liturgica della chiesa mise in evidenza che gli oli sacri avevano una impropria collocazione dentro il tabernacolo per cui il presule ordinò che fossero rimossi destinando quello per il rito battesimale al ciborio posto sopra il fonte e gli altri nella nicchia già predisposta sita accanto all’altare maggiore sulla sinistra che doveva essere tenuta chiusa a chiave. L’altezza del fonte battesimale appariva poco funzionale all’uso e il presule diede indicazione che doveva essere sistemato «ad una altezza di tre palmi sopra il pavimento» e che la tavola che lo copriva doveva assicurare la protezione dalla polvere. Poi, come era solito indicare nelle altre chiese parrocchiali, indicò che «sulla parete vicina venisse dipinta l’immagine di S. Giovanni Battista che battezza N.S. Gesù Cristo nel fiume Giordano». Riguardo la funzionalità dell’altare maggiore che appariva congruente alle misure stabilite, il parroco doveva aver cura di predisporre una croce proporzionata al centro e una pedana alta un palmo sulla quale dovevano sistemarsi «quattro candelabri decenti ed uno grande alto otto palmi (poco più di due metri) da accendersi nell’esposizione del SS. Sacramento». La chiesa non aveva il coro per le solenni celebrazioni e in quelle occasioni dovevano aggiungersi nell’area presbiteriale gli scanni per i sacerdoti. Nell’aula, sotto il pavimento erano state ricavate due sepolture «costruite decentemente e ben chiuse» e il presule chiese, in osservanza al rituale romano, che doveva essere aggiunta una sepoltura per i bambini. Richiese inoltre ai mastri che provvedessero, entro due mesi, a dotare la chiesa di due acquasantiere marmoree da disporre all’ingresso e di un confessionale ligneo nella parte mediana e, essendo la chiesa priva di sacrestia, di realizzarla nella forma prescritta per conservare i paramenti, gli oggetti sacri e gli archivi. (continua).

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