La “Vita fiumarile” a ridosso della valle dell’Amendolea

È un invito ad andare a conoscere meglio queste antiche terre senza fermarsi a idee preconcette
Amendolea Chiesa di S. Nicola

Tutta la valle è stata un ricettacolo di un crogiolo di genti fin dal periodo preistorico

Il 5 gennaio scorso a Condofuri, col patrocinio del Comune (sindaco F. Paino, assessore alla cultura C. Iorfida), è stato presentato il libro Vita fiumarile di Ador (pseud.) sulla memoria storica, filosofica e poetica della vita nella valle dell’Amendolea, detta grecanica. L’autore, analizzando fonti geografo-storico-archeologiche e con un inedito studio topo-onomastico, è giunto ad alcune conclusioni.



Una è la coincidenza tra l’antico Halex di Strabone, che divideva i territori delle poleis di Locri e Reggio, e l’attuale Amendolea, rendendo non accettabili le ipotesi che invece situavano l’antico fiume nell’attuale fiumara di Melito (Tuccio) o in quella di Palizzi. L’analisi minuziosa di parecchie carte geografiche dal ‘500 in avanti, nonché l’interpretazione più attenta delle parole di Strabone (in profundam convallem), poi delle fonti scritte più tarde (Barrio, Orlandi, archivi nobiliari e atti di istituzioni), e di scavi archeologici (S. Salvatore, M. Grosso) hanno reso possibile questo chiarimento.

Le popolazioni che abitarono il territorio dell’Amendolea

La più importante è però la relativizzazione dell’elemento storico greco antico a favore di quello cristiano-bizantino, che fa parte di una questione da molto dibattuta. Da una parte l’autore ha trovato tracce notevoli di presenze latine in toponimi e cognomi (tra cui il diffuso Nucera dalla Nuceria/Nocera campana dedotto da fonti come Tito Livio e Plutarco); dall’altra di successive medio-orientali, maghrebine, slave, confermate da notizie storiche evidenziate nel libro, addirittura bibliche, come il nome di Acan che si trova nel libro di Giosuè come personaggio storico, o Arbaran, riportato del Brebion di metà del Mille, la cui parte finale rimanda alla terra da cui provenivano i patriarchi biblici, mentre l’iniziale in arabo vuol dire guerra, mentre Beth abarah in ebraico significa luogo di passaggio. O il cognome Assara vicino a Eleazar biblico e anche all’assiro ashar o al persiano hamsar, ansari.

Conduri è invece un toponimo che viene dal cognome Konduri-Kondi di origine indo-iranica e che spiega il successivo bizantino Condofuri (Kondi-Konduri frurion). Vi sono toponimi e cognomi in riferimento ai SS. Simeone siriani (S. Simiu), oltre che resti archeologici siriani, a S. Basilio, S. Nicola, S. Demetrio, S. Pancrazio, S. Caterina d’Egitto.

Nel libro vi sono tanti altri esempi. La politica di difesa e ripopolamento dei Basilei bizantini da Giustiniano in poi, il loro sostegno ai monaci che vennero in tutto il meridione e diedero vita e sistemazione al territorio, assieme al sistema degli stratioti (e vi è un luogo chiamato Strati) che avevano delle proprietà fondiarie personali in cambio del servizio militare e che superarono il latifondo schiavistico romano, sono tutti gli elementi a cui si deve la realizzazione dei paesi collinari ancora oggi esistenti.

Le conclusioni dell’autore

La conclusione è che la valle è stata un ricettacolo di un crogiolo di genti fin dal periodo preistorico, ma sembra che l’elemento latino prima e quello cristiano-bizantino dopo abbiano avuto una importanza maggiore rispetto a quello greco antico più limitato. Questo crogiolo è stato unificato e stabilizzato territorialmente con l’apporto piuttosto rilevante di popolazioni cristiane medio-orientali mandate dagli imperatori bizantini in varie occasioni storiche che il libro riporta.


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La religiosità cristiana è stata cioè il vero volto dell’Amendolea come del resto del Sud. Come si può ancora vedere nei ruderi delle chiese (anche dentro il castello normanno). Si vedono ancora resti millenari di affreschi di santi come a S. Nicola che dovrebbero proteggersi. E nelle ricostruzioni bizantine fatte a Gallicianò, considerato come un praedium latino (Gallo, Gallicius sono etimi latini) poi grecizzato dai bizantini (Gallikianon del Brebion). È un invito ad andare a conoscere meglio queste antiche terre senza fermarsi a idee preconcette.

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