Avvenire di Calabria

La Giornata mondiale dei poveri a Sant’Agostino nel centro storico di Reggio Calabria

Le Città sono più belle se vicine ai bisognosi

Gabriele Bentoglio *

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Oggi, 8 novembre segna la seconda ricorrenza di un evento che Papa Francesco ha voluto istituire, a livello di Chiesa universale, chiamandolo “Giornata mondiale dei poveri”. Il 13 giugno dello scorso anno, infatti, ha chiesto a tutti «di impegnarsi perché con questa Giornata Mondiale dei Poveri si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo». E a distanza di un anno, lo scorso 13 giugno, ha rilanciato l’iniziativa con queste parole: «Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna. Vorrei che anche quest’anno e in avvenire questa Giornata fosse celebrata all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme. Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica».

Ecco lo spirito che ha mosso l’arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova, mediante la Caritas, diretta da don Antonino Pangallo, e la parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino e la rettoria di San Francesco di Paola, a promuovere e coordinare alcune attività specifiche per marcare la Giornata mondiale dei poveri anche a Reggio Calabria. Il programma ha previsto l’accoglienza in piazza Mezzacapo, nella mattinata del 18 novembre, in attesa dell’arrivo dell’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, che ha presieduto la celebrazione della santa Messa nella chiesa di Sant’Agostino, alle ore 11,30. Farà seguito, verso le 13, la condivisione del pranzo domeni- cale all’interno della chiesa di San Francesco di Paola, che per l’occasione sostituirà i banchi della preghiera con le mense attorno a cui prenderanno posto i poveri della città. Nel pomeriggio, alle 14.30, nella chiesa di Sant’Agostino, l’Azione Cattolica della parrocchia Santa Maria e i XII Apostoli di Bagnara Calabra rappresenterà il musical “Il principe d’Egitto”.
 
Ma quali sono le dinamiche che ispirano e motivano l’intero evento? È opportuno ricordare che la via maestra della dottrina sociale della Chiesa è la carità. Benedetto XVI l’ha ribadito nell’enciclica Ca- ritas in veritate, spiegando che qui affonda la radice dell’umanesimo cristiano, poiché «la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane». E Papa Francesco, nel messaggio di quest’anno per la Giornata mondiale dei poveri, ha detto che «siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare con il termine generico di “poveri”».
 
Da questa prospettiva nascono due criteri della dottrina sociale della Chiesa, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società globalizzata: la giustizia e il bene comune. Di fatto, la comunità cristiana ha come meta finale l’annuncio esplicito del Vangelo, passando però attraverso canali di mediazione. In primo luogo, allora, è sempre più urgente elaborare strategie di soccorso per chi vive in situazioni di disagio e di vulnerabilità.
 
Parliamo, quindi, di promozione umana in termini di accoglienza, solidarietà e sostegno: su questo versante non è difficile trovare consensi e creare sinergie con tutte le persone di buona volontà. In secondo luogo, coloro che vivono una dimensione religiosa incoraggiano la via del dialogo, con i temi del pluralismo etnico e culturale, della libertà religiosa e dello scambio interculturale. Dove, infine, vi è compartecipazione alla stessa fede, emerge la missione di annunciare la salvezza in Gesù Cristo. Questi percorsi, avvalorati da positive esperienze e dai successi prodotti da sforzi comuni, hanno portato a maturazione la consapevolezza che anche i poveri hanno un patrimonio culturale, sociale e spirituale. Così, la Chiesa guarda essenzialmente alla persona in quanto soggetto in relazione, aperto a Dio e al prossimo. Si tratta della persona con i suoi diritti e con i suoi doveri, che vanno rispettati anche in situazione di marginalità. E qui entra in gioco l’amore per gli altri. Se, infatti, il rapporto con indigenti e poveri viene interrotto, scompare il senso e il dovere della solidarietà. Ecco perché la Chiesa non perde occasione per incoraggiare la cooperazione tra i singoli e tra i popoli, che può servire da coscienza critica per l’impegno a realizzare un mondo diverso, dove tutti siamo chiamati a tutelare la dignità di ogni essere umano, come pure a promuovere il riconoscimento che siamo membri dell’unica famiglia umana, nei confronti della quale abbiamo tutti una responsabilità e, quindi, dobbiamo assumerci dei doveri.
 
Soprattutto perché l’equa distribuzione dei beni della terra permetta anche ai poveri di godere di quanto possiedono i ricchi. Ecco, dunque, le urgenze e le sfide che sollecitano la Chiesa a individuare nuove vie per la sua missione di dialogo, di promozione e di evangelizzazione a dimensione universale. E di fatto, nuovi germogli stanno fiorendo. Tra questi va maturando oggi una nuova fioritura del volontariato dei laici, desideroso di offrire il suo servizio a favore della dignità e della centralità di ogni persona anche nel campo della povertà e dell’indigenza. Del resto, l’autentico sviluppo proviene dalla «condivisione dei beni e delle risorse», che «non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà» (come si legge in un altro passaggio di Caritas in veritate al paragrafo 9). Ancora, nel messaggio per la prossima Giornata, Papa Francesco ha scritto: «Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà. La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità».
 
E, dopo le parole di denuncia, non sono mancate espressioni di incoraggiamento, che possono tracciare un fecondo programma per il nostro tempo: «Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo. Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro», come evidenziato tra le pagine della Evangelii gaudium.

* Parroco di Sant’Agostino e responsabile dell’equipe diocesana per il Catecumenato

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