L’intesa per il Golpe

Nomi e pagine che non passano

Fu l’estate del golpe non dichiarato. E cadenza regolare tornano i soliti nomi, stavolta con trame prima solo immaginate, ora più concrete. E raccontano di un attacco allo Stato. Una guerra combattuta da mafia, pezzi di politica, ambigui agenti segreti, notabili delle logge massoniche.

Nomi e pagine che non passano. A cominciare dai legami tra Bruno Contrada, ex numero due del Sisde processato per concorso in associazione mafiosa, e Giovanni Aiello, l’ex sbirro con un passato nei servizi segreti, e una vita con la «faccia da mostro». Entrambi sono stati al centro della perquisizione domiciliare disposta dai pm di Reggio Calabria che indagano sul ruolo di mafia e ’ndrangheta negli attentati ai carabinieri del ’94 e sull’intera stagione delle stragi.

«Contrada – scrivono i magistrati reggini che cercano indizi del rapporto con «faccia da mostro», da loro indagato per induzione a rendere false dichiarazioni – è risultato essere la persona più strettamente legata ad Aiello nella Polizia di Stato». Fonte dell’informazione sarebbe «una persona pienamente attendibile che non si nomina per motivi di sicurezza». Una gola profonda dotata di buona memoria. Contrada, inoltre, avrebbe avuto contatti con un altro ex agente di polizia, Guido Paolilli, dopo che questi fu sentito su Aiello. Sia «faccia da mostro» che Paolilli sono stati indagati a Palermo per l’omicidio dell’agente Nino Agostino, ucciso insieme alla moglie nel 1989. Per Paolilli, che rispondeva di favoreggiamento, la procura chiese ed ottenne l’archiviazione. Aiello è ancora indagato dopo l’avocazione del fascicolo da parte della procura generale. La perquisizione a casa di Contrada ha dato esito negativo. L’ex funzionario del Sisde, al momento, non sarebbe indagato.

Secondo i pm di Reggio Calabria, che hanno individuato nei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone i mandanti degli attentati, «faccia da mostro» avrebbe inoltre costretto l’ex capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi a mentire agli inquirenti sui suoi rapporti con lo stesso Aiello e sul suo ruolo nella ’ndrangheta reggina. Il reato è aggravato dall’avere agevolato la ’ndrangheta.

L’indagine calabrese potrebbe portare alla riscrittura dell’intera storia stragista. «Faccia da mostro», infatti, sarebbe stato visto anche in Via D’Amelio, a Palermo, dopo la strage che uccise il giudice Paolo Borsellino. Alcuni testimoni dicono di aver visto il misterioso poliziotto in borghese per qualche istante. Poco dopo, sparì – mai più ritrovata – anche l’agenda con gli appunti riservati di Borsellino. I magistrati, a quanto trapela, tengono in considerazione anche le dichiarazioni, rilasciate ad altre procure, di un pentito che parlò di un summit per pianificare le stragi mafiose, a cui parteciparono i boss delle diverse organizzazioni criminali meridionali e di Cosa Nostra americana. Il pentito ha riferito anche di alcune telefonate riconducibili a uomini dei servizi segreti dell’epoca. Il collaboratore di giustizia nelle sue deposizioni riferì di un vertice tra i boss calabresi a svoltosi nei pressi del santuario di Polsi il 28 settembre 1991. Il ‘pentito’ è Pasquale Nucera, già capo della famiglia di Iamonte. Nel corso di quel summit, svoltosi in contemporanea con la riunione della cupola di Cosa nostra a Enna, non solo venne approvata e messa a punto la linea stragista, ma fu elaborata la strategia di nuove alleanze politiche dei clan che hanno sabotato la storia d’Italia.

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