Lotta alla corruzione e alle mafie è uscita dall’agenda politica

Una cabina elettorale rovente. Il clima, a una settimana dal voto per le politiche del 2018, è sempre più conflittuale. Secondo il Viminale, dall’inizio dell’anno gli episodi di «violenza politica» sono più di settanta, alcuni dei quali stanno caratterizzando i temi della campagna dei partiti. Sono sempre le province italiane, da Macerata a Palermo passando per Perugia, a raggrumare il sentimento “oltranzista” della pancia del Paese. Lo scontro ideologico, spesso, diviene «contatto fisico» poiché mancano le basi del dialogo: sono state svuotate di senso tutte quelle camere di compensazione tipiche del confronto. Una politica che twitta è immediata, ma distante, così ad «influenzare» il consenso possono essere altri virus. Una patologia, quella della violenza, della corruzione e della mafie, che si sta combattendo con pochi anticorpi. L’allarme è lanciato dal ministero dell’Interno: «Nel momento in cui c’è il rischio concreto che le mafie possano condizionare il voto, non ci può essere silenzio in campagna elettorale. Vedo troppo silenzio su questi temi». È un serio campanello d’allarme, quello fatto suonare dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, durante la presentazione della relazione finale della commissione parlamentare Antimafia (approvata all’unanimità il 7 febbraio). Un silenzio che inquieta anche il Guardasigilli Andrea Orlando («Un errore grave») e la presidente della commissione Rosy Bindi, dispiaciuta che alla presentazione siano «assenti i segretari di partito, vorremmo che questo tema irrompesse di più», visto che preoccupa «lo sdoganamento dell’uso della violenza in campagna elettorale, che fa tornare i mostri del passato». A sette giorni dal “gong”, i duellanti si sfidanto a colpi di slogan sempre più polarizzati verso gli estremismi e quei partiti che tendono a costituire il corpo moderato dell’elettorato corrono il rischio di risultare tiepidi e, quindi, lontano dagli apici dei sondaggi pre–elettorali. La caccia al voto – contro il più grande partito dello Stivale ossia il movimento degli astenuti – si sta sviluppando sulla corsia del populismo che ricerca in modo spasmodico lo scandalo e lo scontro. Poche le proposte in termini di lavoro (vero cancro del sistema–Paese) e di pressione fiscale. Così il tema della sicurezza pubblica sovrasta, ad esempio, il dibattito sul contrasto ad ogni forma di ingerenza mafiosa sulla Cosa Pubblica. Un’agenda politica dettata dalle lacerazioni sociali e dalle divisioni da salotto tv.

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