Avvenire di Calabria

Manipolazione 3.0: dialettica regredisce a cultura del nemico

Tutti i partiti dovrebbero basare le campagne elettorali non sulla paura, ma sulla collaborazione

Stefania Giordano

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La prolusione dell’anno sociale 2018/19 all’Istituto di formazione politica e sociale “Monsignor Lanza” si è svolta il 12 ottobre con l’intervento del professor Antonio Maria Baggio, ordinario di filosofia politica presso il Pontificio Istituto Universitario Sophia di Loppiano.

Il tema affrontato è di drammatica ed estrema attualità: la “manipolazione politica”.

L’intervento è stato introdotto dal direttore dell’Istituto Antonino Spadaro, e il docente è stato poi presentato dalla dottoressa Stellino, membro dell’Istituto: entrambi hanno ribadito che le finalità del corso che si inizia è quella della formazione di coscienze critiche, pronte ad assumersi la responsabilità di una partecipazione attiva alla realtà politico–sociale. Per “manipolazione” – ha ricordato Baggio – si deve intendere un’azione deliberata di un soggetto volta ad orientare la coscienza di un altro soggetto verso determinarne le azioni, senza che quest’ultimo ne sia consapevole.

Può considerarsi uno strumento tradizionale del potere, ma può riferirsi anche ai recenti mezzi di comunicazione, dai quali è stata mutuata la forma pervasiva di informazione tipica dello stile consumistico–pubblicitario che ha prodotto la politica dei “tweet”.

Infatti negli anni, fermo restando il fenomeno della manipolazione, è profondamente cambiato il modo di studiare, apprendere e comunicare. Richiamando il pensiero della filosofa tedesca Hanna Arendt, il relatore ha ricordato che esistono “verità di fatto” condivise e che esse sono i fondamenti della comunità politica. Non a caso la Costituzione italiana, che contiene appunto verità di fatto condivise, fu scritta dopo la caduta del fascismo, quando era ormai finalmente chiaro a tutti il dramma della dittatura e della guerra, dunque la differenza “di fatto” tra bene e male. I nostri padri costituenti avevano vissuto e maturato un’esperienza di valori e linguaggi comuni. Infatti la classe dirigente di allora era seria, dialogante e ragionevole. Attualmente, invece, nella gestione ordinaria della politica non è semplice giungere a verità condivise, perché è richiesta piuttosto la capacità di decisione in momenti critici, dopo aver individuato il “nemico”. Pare che, sulla scia di Schmitt, quel che serve per fare politica oggi sia l’identificazione di un nemico. Il docente ha quindi ricordato che il popolo necessiterebbe di una narrazione “identificante”, e non di inimicizie che preludono alla logica della guerra, piuttosto che favorire la vera politica. In questo contesto, è dovere dei cittadini, in particolare cristiani, reagire con l’obiezione di coscienza verso chi propone questo atteggiamento.

Per spiegare come si può riuscire a pervenire ad una buona e condivisa visione della politica, è stato richiamato il Menone di Platone e il pensiero di Aristotele: solo un dialogo proficuo, finalizzato al perseguimento del bene comune, presuppone l’accettazione dell’altro e della diversità dei linguaggi. Infine, richiamando la metafora biblica del racconto di Caino e Abele, il relatore ha inoltre chiarito come la guerra nasca dalla negazione della fraternità e come, in seguito, il contrattualismo derivi dal divieto di uccidere. Ma proprio la prima città, fondata da Caino, diventa il simbolo di una nuova possibilità di ricostruzione e rinascita attraverso la legge. La fraternità – intesa come uguaglianza tra diversi e non solamente con i propri simili – è il principio basilare di una società civile. Per converso, alcuni movimenti politici pretendono di governare da soli, senza compromessi, senza riconoscimento profondo dei bisogni degli altri. Il popolo, invece, è per definizione “plurale” e tutti i cittadini hanno pieno diritto alla partecipazione democratica. La buona politica non si accontenta della vittoria elettorale, ignorando i perdenti, e non prevede nemici. In questo spirito, tutti i partiti dovrebbero basare le campagne elettorali non sulla paura e sulla manipolazione del consenso, ma sulla collaborazione dialettica fra maggioranza e opposizione. Oggi, invece, sembra prevalere la sfiducia nelle istituzioni democratiche, il rifiuto del diverso, l’assenza di dialogo, l’eccessiva burocrazia, il razzismo esplicito, un livello insufficiente di competenza e l’assenza di un progetto generale.

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