Avvenire di Calabria

L’intervista al responsabile immigrazione di Caritas italiana, che ha dato il via ai lavori del Coordinamento nazionale celebrato il 4 e 5 giugno a Reggio Calabria

Migranti, Oliviero Forti: «Aumentano i populisti cattolici»

Federico Minniti

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La sfida dell’accoglienza in un’Italia (e un’Europa) che cambia «pelle». Oliviero Forti è il responsabile dell’Ufficio immigrazione di Caritas italiana e da Reggio Calabria traccia la rotta per il prossimo futuro.

Un Coordinamento nazionale immigrazione nei primi giorni di agibilità politica del governo gialloverde. Che significato assume questa iniziativa a Reggio Calabria?
 
Un significato certamente importante. Reggio Calabria è terra di sbarchi che ha dimostrato nel tempo una capacità di dare risposte a tutti i livelli, sia nell’emergenza sia nel dramma umano di chi è sbarcato senza vita e a cui è stata data degna sepoltura. Chiaramente questa “coincidenza” con il nuovo esecutivo a trazione Cinquestelle–Lega ci porta a fare alcune riflessioni che inevitabilmente partono da quanto stiamo leggendo e ascolta dai media. Come Caritas, però – in virtù dell’esperienza maturata col tempo – vogliamo credere che, da quì a qualche giorno, dovremo passare dalle parole ai fatti.
 
Non è preoccupato in tal senso?
 
Ci sarà bisogno di mettere in campo delle forze e delle competenze necessarie per dare delle risposte che derivano da obblighi internazionali, al netto delle decisioni che verrano prese con i paesi di transito e di origine, e su questo c’è la massima disponibilità della Caritas nel collaborare con le Istituzioni perché continui l’accoglienza che abbiamo portato avanti in questi anni e, soprattutto, vengano rafforzati i processi di integrazione. Altrimenti il rischio è che quanto accaduto nei giorni scorsi a San Ferdinando, con l’omicidio del giovane sindacalista maliano Soumaila Sacko, che fa temere di un clima deteriorato sui territori. Queste sono solo le basi di partenza per far concepire l’immigrazione come un’opportunità: non è sempre una risorsa tout court, ma vanno create le condizioni necessarie per renderla tale.
 
Torniamo a San Ferdinando, un’atmosfera da «conflitto sociale» in piena regola. A cosa è dovuto secondo lei?
 
È frutto di un’incapacità di promuovere reali politiche di integrazione. Chiaramente sarebbe pressapochismo ridurre un fatto di cronaca alle parole di chi, in campagna elettorale, semina odio rispetto all’immigrazione. Probabilmente, però, quella retorica ha, per certi versi, “legittimato” chi ha fatto quel gesto in un contesto in cui il vero punto di scontro è quello del lavoro, prima ancora che razziale.
 
Si riferisce allo slogan «Prima gli italiani»? A rileggere i dati elettorali, quel messaggio è stato sposato anche da una buona fetta di cattolici.
 
Se il 90% degli italiani si dichiara, quantomeno, «di cultura cattolica» e poi alle urne gli esiti sono quelli che conosciamo, allora vuol dire che c’è un disallineamento tra ciò che si percepisce in termini di fede e quello che è il proprio orientamento elettorale. Non volendo ridurre questa analisi al solo voto degli italiani, questa lontananza la registriamo anche quando chiediamo la disponibilità all’accoglienza e otteniamo una risposta tiepida. C’è una parte del clero molto attiva, ma abbiamo anche dei silenzi che fanno riflettere. Bisogna lavorare sia sul piano civile, sia sul piano ecclesiale.
 
In questo la diocesi di Reggio Calabria – Bova ha fornito una reazione al fenomeno migratorio strutturata e continuativa.
 
La Caritas reggina costituisce un’eccellenza sul territorio nazionale per l’impegno nonostante le risorse limitate di cui dispone. Una risposta che deriva dalla grande capacità di «leggere» il contesto che è fondamentale. C’è una prospettiva di medio–lungo termine che fa veramente ben sperare.

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