‘Ndrangheta. Colpo alla cosca Labate, i «re» del racket in Città

Colpo alla ‘ndrangheta: i “Ti Mangiu” in manette. Quattordici, tra boss e gregari, della cosca Labate sono stati arrestati dalla Polizia di Stato durante un maxiblitz coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. I Labate, noti a tutti col soprannome dei “Ti Mangiu” per via della loro proverbiale violenza, sono stati fermati con varie accuse:

 
«Questa operazione è importante per Reggio Calabria – ha affermato il capo della Dda reggina, Giovanni Bombardieri – finalmente gli imprenditori hanno accolto l’invito di denunciare le estorsioni subite in Procura. Si può fare impresa senza il giogo della criminalità organizzata: lo Stato c’è».
 
Un’egemonia sul quartiere Gebbione, da sempre feudo impenetrabile dei Labate, che è stata scardinata grazie alla collaborazione di alcuni imprenditori edili taglieggiati. Tra i fermati c’è anche il boss Pietro Labate, attualmente già detenuto, e il fratello Nino, considerato il reggente della cosca assieme al cognato Rocco Cassone, moglie di una sorella dei due. L’operazione, chiamata in codice “Helianthus” – che è il nome scientifico del girasole -, ha permesso di scoprire anche i nuovi interesse della cosca, molto attiva nel settore del gioco d’azzardo online.
 
Un business in cui investire i soldi cash che arrivavano dalle estorsioni, il vero monopolio dei “Ti Mangiu”: «Abbiamo registrato come la ‘ndrangheta continui a decidere se è possibile o meno aprire un esercizio commerciale in una zona della Città; – ha aggiunto Bombardieri- e per chi riceve l’ok ad operare non viene risparmiata la pratica estorsiva: brutale, violenta. “Mi devi chiedere il permesso prima di fare qualsiasi cosa” dicono gli affiliati agli esercenti minacciati poiché quel territorio è “cosa loro”».
 
L’inchiesta “Helianthus”, portata avanti dai pm Musolino e Ignazitto, segna un fatto storico: la ribellione di alcuni imprenditori all’asfissiante racket di una delle ‘ndrine più temute a Reggio Calabria, capace di trattenere a sé un quartiere assai popoloso, senza mai entrare in rotta di collisione con altri clan. Un primo passo, quindi, verso la liberazione di aree del territorio soggiogate per decenni sempre dalle stesse persone affiliate o contigue alla ‘ndrangheta. Adesso tocca ai cittadini fare la propria parte occupando legalmente quegli spazi liberati da magistratura e forze dell’ordine.

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