Né lavoro, né famiglia

Giovani in Calabria, quale futuro?

I vescovi calabresi sono stati chiari nel ribadire l’urgenza di una migliore politica del lavoro in Calabria. Un appello alle istituzioni e al mondo dell’imprenditoria che scaturisce da un allarme incalzante: i giovani vedono allontanarsi sempre più la prospettiva di un impiego nella loro terra e sono costretti a emigrare. I pochi che riescono a procurarsi un impiego, sono considerati fortunati e privilegiati. È vero che molti, in Calabria, sono riusciti a “fare impresa”, puntando sulle loro forze ed energie economiche e intellettuali, ma è altrettanto vero che, per molte altre persone, il lavoro procurato senza compromessi di ogni sorta, è un’eccezione.

Le conseguenze di questo «stallo sociale» sono molteplici. Oltre l’emigrazione dei giovani, che comporta il «degiovanimento» della regione, si assiste al proliferare della ’ndrangheta, che riveste il ruolo egemone di “agenzia per l’impiego” alternativa. E infine, ma non da ultimo, si assiste all’erosione delle famiglie, o perché i figli o uno dei coniugi vanno via, o perché i giovani rimandano il loro matrimonio, a causa delle precarie condizioni economiche. In questo senso la denuncia dei vescovi non è isolata. Nei giorni scorsi anche il Forum delle associazioni familiari, in una lettera aperta al presidente della regione, Mario Oliverio, denuncia lo strano controsenso della Calabria, indicata dal New York Times tra i 52 luoghi turistici da visitare nel 2017, ma di fatto, ultima nelle classifiche che contano.

Questa contraddizione merita una riflessione: «Noi calabresi forse non ce ne siamo accorti – afferma Leo, presidente del Forum – ma gli altri ci fanno aprire gli occhi: siamo seduti su una miniera d’oro. Eppure, moriamo di fame e disoccupazione. La Calabria è l’ultima regione d’Italia quanto a Pil e la prima quanto a inoccupazione. Crediamo sia ormai urgente mettere in campo un progetto di sviluppo integrato che interessi tutto il territorio regionale, superando le inefficaci se non deleterie politiche di “sviluppo locale”, che hanno previsto fino ad oggi investimenti rispondenti a logiche di utilità immediata, piuttosto che a veri piani di sviluppo integrato a lungo termine».

La mentalità che andrebbe superata è quella del compromesso. Ed è un passaggio che nessuno può compiere da solo, ma va fatto insieme. La Chiesa ha già offerto un contributo importante (Progetto Policoro e miriadi di cooperative disseminate lungo la regione). Adesso tocca a istituzioni, politica e mondo dell’imprenditoria concretizzare un segnale di svolta che permetta ai giovani di lavorare in Calabria. Prima che sia troppo tardi.

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