Parla De Raho: ‘ndrangheta e rifiuti, affari con Cosa Nostra?

Assenza di controlli e omertà: il «gran rifiuto» di chi dovrebbe denunciare

«Possibile che sia sempre un’indagine penale a intervenire per verificare la sussistenza di illegalità nella gestione di attività fondamentali anche per la salute? Ma i controlli sono previsti? E chi li deve fare li ha fatti? No, evidentemente, perché se li avesse fatti avrebbe rilevato le illegalità. Il sistema dei controlli non è adeguato alle esigenze». È la dura accusa del procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, quasi sicuramente prossimo procuratore nazionale antimafia. Ieri, infatti, la V commissione del Csm lo ha votato a stragrande maggioranza come successore di Franco Roberti che sarà poi votato dal plenum. Un’intervista che va al di là dei gravi fatti scoperti in Calabria.

Procuratore, lei ha indagato a lungo sugli affari della camorra sui rifiuti. Vede analogie e differenze?

Abbiamo un sistema di illegalità che mi sembra più profondo. Nel momento dell’emergenza rifiuti in Campania c’è stato un meccanismo simile, però in Cala- bria e in particolare nella provincia di Reggio Calabria c’è un controllo capillare da parte della ’ndrangheta su tutte le attività economiche. Per cui direttamente o indirettamente riesce a condizionarle e influenzarle.

La ’ndrangheta è più dentro il sistema? Inquina anche l’economia?

È così. La società che si occupa della depurazione delle acque le smaltisce in modo illegale, mentre subisce il condizionamento delle cosche per quanto riguarda tutto il meccanismo dei trasporti, quasi che l’economia legale si voglia rivalere dei costi aggiuntivi provenienti dall’inserimento della ’ndrangheta nel circuito del trasporto, procedendo a forme illegali di smaltimento.

In questo caso più che di ecomafie si deve parlare di economia criminale?

In Calabria la ’ndrangheta gestisce un sistema criminale per cui in ogni settore riesce a inserirsi in modo da poter trarre utili anche attraverso una rete di imprese. È un sistema criminale così radicato che ritengo più grave di quello campano, laddove ci sono contiguità ma non un sistema criminale che impone l’inserimento della ’ndrangheta dappertutto.

Di fronte alla richiesta di indagare sull’incremento dei tumori e sui legami con lo smaltimento illecito di rifiuti, lei aveva invitato a denunciare. È venuto qualcuno?

Una vera e propria collaborazione ancora non c’è. Siamo andati in molte zone dove si evidenziano picchi di concentrazioni di patologie e anche là è stato difficile avere indicazioni. Nessuno ha mai assistito a uno sversamento o a un inquinamento. È ancora tutta in corso la verifica delle cause di queste concentrazioni di patologie.

In questa inchiesta avete scoperto che dei fanghi industriali erano stati usati come fertilizzanti. Sapete dove?

Dovremo capire se quei fanghi possono essere causa di tumori nel momento in cui sono usati per concimare il terreno. Per ora non sappiamo dove sono stati scaricati. Anche in questo caso servirebbe la collaborazione di qualcuno.

È la conferma che quello dei rifiuti è un grosso affare.

È un grosso affare rispetto al quale le organizzazioni criminali traggono un profitto notevolissimo. L’aggiramento delle norme e lo smaltimento in modo illegale finisce per determinare l’inquinamento dei territori arricchendo coloro che invece dovrebbero presidiare uno smaltimento regolare, coloro che gestiscono appalti di grosso rilievo.

Nell’inchiesta compaiono anche impianti e imprese siciliane. Si può ipotizzare una collaborazione tra ’ndrangheta e Cosa Nostra?

In numerose indagini è emerso un collegamento nell’ambito dei circuiti di illegalità tra soggetti calabresi e imprese siciliane. Anche in questa indagine ne abbiamo 7 e sono quelle che raccolgono i fanghi. Poi vengono portati in Sicilia e la Sicilia non mi pare che sia immune dal ‘male’ che affligge la Calabria.

Quindi non è azzardato ipotizzare affari in comune?

Non è assolutamente azzardato. E d’altro canto la scelta di imprese siciliane un significato lo avrà.

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