La figura di Annunziato Vitrioli rappresenta uno spaccato significativo della vita culturale e sociale di Reggio Calabria nel corso dell’Ottocento. Nato nel 1830 in una famiglia profondamente legata alle arti e alle lettere, Vitrioli si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli prima di fare ritorno nella sua città natale, dove sviluppò una vasta produzione pittorica incentrata in particolar modo sui soggetti sacri e sui ritratti. Oltre all’impegno artistico, che comprese anche la composizione musicale e melodrammatica, gli ultimi decenni della sua vita furono caratterizzati da una costante dedizione al sostegno delle fasce più deboli della popolazione, culminata nella fondazione e direzione locale della Conferenza di San Vincenzo De’ Paoli. A centoventisei anni dalla sua scomparsa, le recenti iniziative di recupero e restauro delle sue tele continuano a restituire frammenti concreti della memoria storica cittadina antecedente al terremoto del 1908.
La formazione giovanile e gli studi partenopei
Il 20 marzo 1900, pochi giorni dopo la scomparsa dell’amico, lo scultore Giuseppe Scerbo scrisse sulla Gazzetta di Reggio Calabria due righe che valgono più di qualunque necrologio: «Amò l’arte che coltivò con l’entusiasmo di un vero innamorato. Amò i poverelli e con essi il bene». In quelle parole c’è tutto Annunziato Vitrioli, pittore, musicista, uomo di fede, morto a Reggio l’11 marzo di centoventisei anni fa. Nato il 14 aprile 1830 in una famiglia che avrebbe segnato la vita culturale della città per tutto l’Ottocento, Annunziato era il secondo di otto figli. Il padre, Tommaso, avvocato e poeta; il fratello maggiore Diego, destinato a diventare uno dei latinisti più apprezzati d’Italia, tanto che Giosuè Carducci lo definì artista letterato. In casa Vitrioli la cultura era un’abitudine quotidiana, e la biblioteca paterna, ricca di opere letterarie e filosofiche, era il centro della formazione dei figli. Compiuti i primi studi a Reggio, il giovane Annunziato fu mandato a Napoli per frequentare l’Istituto di Belle Arti, lì studiò pittura e disegno con maestri di primo piano della scuola partenopea: Giuseppe Mancinelli, Gabriele Smargiassi, Michele Di Napoli, Salvatore Fergola, Tommaso De Vivo. Non era ancora quindicenne quando compose a penna una raffigurazione del Diluvio Universale che, esposta nel 1851, gli valse una medaglia d’argento con la dicitura «Ferdinando II Re delle Due Sicilie. Premio al merito distinto a D. Annunziato Vitrioli». Lo stesso anno il maestro Michele Di Napoli scrisse al padre una lettera in cui definiva il ragazzo futura gloria e orgoglio del paese.
Il rientro in città e le opere a soggetto religioso
Di ritorno a Reggio, Vitrioli si dedicò per oltre trent’anni a una produzione vasta e varia: paesaggista attento, ritrattista capace di cogliere con naturalezza pose e atteggiamenti dei tipi calabresi, ma soprattutto pittore di soggetti sacri: è nella pittura religiosa che la sua personalità artistica trova l’espressione più compiuta. Le sue tele mostrano un’interpretazione romantica delle scene, con larghi tratti d’ombra interrotti da luce irrompente e un colore che a tratti si fa vivo con accenti di fresca modernità. Tra le opere più note, la “Madonna col velo” colpì per il suo effetto di tridimensionalità illusoria e ricevette, in Vaticano, l’ammirazione di Papa Pio IX. Il “Martirio di Sant’Agnese” giocava sul contrasto tra la ferocia del carnefice e la serenità nel volto della martire. Al Santuario di Polsi si conserva ancora “Il miracolo dei buoi”, che ricorda la scoperta della Vergine da parte del conte Ruggero il Guiscardo. Nella chiesa di San Sebastiano al Crocifisso a Reggio si trova il suo Martirio di San Sebastiano; andò perduto, invece, “San Francesco da Paola che attraversa lo Stretto” distrutto nel crollo della chiesa dedicata al Santo a causa del terremoto del 1908. Di quella stagione artistica resta oggi ciò che si è salvato nelle chiese rimaste in piedi, nelle collezioni private e, soprattutto, nella Pinacoteca civica di Reggio Calabria, dove è conservato un nucleo significativo di opere.
Il progetto di restauro e la vocazione musicale
Negli ultimi anni, però, qualcosa di significativo si è mosso: l’Associazione culturale Diego Vitrioli, presieduta da Antonella Gioia, ha promosso un progetto di restauro e valorizzazione che ha riguardato undici tele dipinte tra fine Ottocento e inizio Novecento da Annunziato e dal figlio Tommaso, anch’egli pittore. Il cantiere di restauro, allestito nella sala Pasquale Benintende del Palazzo della Cultura Pasquino Crupi, è stato condotto dal restauratore Antonio Barbera. Tra le opere recuperate, La Regina Ester davanti al Re Assuero, restituita nel 2021 in occasione dei centosettant’anni dal primo riconoscimento ottenuto dall’artista. L’Associazione ha anche organizzato seminari in collaborazione con il Conservatorio Francesco Cilea, per esplorare l’altra vocazione di Annunziato: la musica. Perché Vitrioli non fu soltanto pittore. Compose musica da ballo, romanze, barcarole, canzonette. E nel 1896, quattro anni prima di morire, vide rappresentata al Teatro Comunale di Reggio la sua Palmira, opera melodrammatica in quattro atti. La notizia dice qualcosa non solo sull’artista, ma anche sulla città che lo circondava: una Reggio capace di mettere in scena opere liriche di autori locali, di premiare il merito, di alimentare una vita culturale che oggi si fa fatica a immaginare.
La dedizione alla carità e l’assistenza ai più deboli
Nel 1874 l’Associazione Benemeriti Italiani di Palermo gli aveva conferito la medaglia d’oro; era divenuto socio della Reale Accademia di Raffaello di Urbino e di altre società artistiche. Ma il riconoscimento più duraturo fu un altro: dopo la morte del padre, nel 1879, Annunziato si trovò a dover amministrare il patrimonio di una famiglia numerosa. La pittura passò in secondo piano. Al suo posto, o forse accanto ad essa, crebbe l’impegno per la carità. Fondò e presiedette a Reggio la Conferenza di San Vincenzo De’ Paoli, e mantenne quella carica fino alla morte, l’11 marzo 1900. È questa doppia fedeltà – all’arte e ai poveri, al bello e al bene – che rende la figura di Vitrioli qualcosa di più di un personaggio importante. In un secolo che separava sempre più nettamente la sfera estetica da quella morale, lui le tenne insieme senza proclami, nella pratica quotidiana di una vita vissuta a Reggio tra il cavalletto e le opere di misericordia. I suoi dipinti religiosi, infatti, erano espressione di una fede che si traduceva in opere. E la carità non era il rifugio di un artista stanco, ma la naturale prosecuzione di uno sguardo abituato a cercare la bellezza anche dove altri vedevano solo miseria.
Il valore della memoria cittadina
A centoventisei anni dalla morte, il patrimonio Vitrioli resta in parte da scoprire e da proteggere, ma il lavoro di restauro avviato, i seminari, l’attenzione crescente verso questa famiglia che diede a Reggio un latinista, un pittore, un compositore e un figlio d’arte raccontano una storia che vale la pena continuare a raccontare, perché in una città che il terremoto ha privato di gran parte della sua memoria materiale, ogni tela recuperata, ogni partitura ritrovata è un pezzo di identità restituito.











