Avvenire di Calabria

Progresso non è la legge del più forte

A proposito delle adozioni gay

Giorgio Arconte

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Leggevo sui giornali che il 23 febbraio la Corte d’appello di Trento ha riconosciuto una coppia di uomini come due papà e la domanda mi è sorta spontanea: se non c’è una mamma con un papà ma solo due uomini, da dove è arrivato questo bimbo? Mi sono messo a cercare allora su internet e mi sono sincerato che dal pancione degli uomini non possono uscire teneri batuffoli umani. Non si sa mai, magari la scienza oggi era riuscita a dominare anche le leggi di natura tanto da dare l’opportunità di far nascere un bambino nel grembo di un uomo e io non lo sapevo. Appurato ciò non mi restava altro che verificare se la storia della cicogna che porta i bambini fosse davvero una leggenda o meno ma anche qui le mie certezze non sono crollate come un castello di carte. Ho tirato anche un sospiro di sollievo una volta accertatomi che mia madre non è un uccello. Nonostante tutto restavo ancora inquieto, non riuscivo ancora a spiegarmi razionalmente questo bambino come fosse stato messo al mondo finché un timido, lontano e tremendo sospetto non ha trovato riscontro. Tobia (nome di fantasia) è stato comprato e questi due acquirenti, ehm… questi due papà, hanno chiesto, ed ottenuto il riconoscimento della loro supposta genitorialità. Chissà se ai giudici hanno dovuto mostrare qualche documento particolare o se sia bastata semplicemente l’esibizione dello scontrino ma, al di là delle formalità, tutta questa storia a me sembra una grossa ingiustizia.
Un’ingiustizia innanzitutto verso questo bambino al quale viene negato il diritto ad avere la mamma, colei che lo ha portato in grembo per 9 mesi e con la quale ha stabilito un rapporto a dir poco speciale, carnale e che nessuno può negare. Un’ingiustizia verso questo bambino, orfano della madre dalla nascita, il quale crescerà non solo all’ombra di una grande mancanza ma anche di una grossa bugia: quella dei due papà. Perché la realtà, nonostante tutto, non cambia.
Un’ingiustizia verso quella donna che ha affittato il suo utero e alla quale è stato strappato il suo bambino perché costretta dalla povertà.
Un’ingiustizia verso quella donna che ha venduto i suoi ovuli esponendosi al pericolo di restare sterile non perché libera ma perché bisognosa economicamente.
Un’ingiustizia verso tutti quegli embrioni, quindi essere umani, sacrificati e morti, o destinati a diventare materiale da laboratorio affinchè il desiderio di due uomini potesse realizzarsi.
Un’ingiustizia verso tutte quelle coppie sposate, quindi composte da un uomo e da una donna, che spendono tanti anni della loro vita e tanti soldi per vedersi, a volte, riconosciuta un’adozione. Adottare un bambino è una delle cose più difficili in Italia, nonostante ci siano ben 10 coppie disponibili per ogni bambino adottabile.
E dire che un tempo per quelle due donne si sarebbe parlato di schiavismo. E dire che in Italia l’utero in affitto (o maternità surrogata) è un reato sancito a chiare lettere dall’articolo 12 della legge 40/2004: «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a un milione di euro».
No, non è progresso quando a prevalere è la legge del più forte. Perché i deboli qui sono quelle due donne e quel bambino, non certamente quei due ricconi che dovrebbero essere arrestati insieme a quei giudici che si sono resi complici di questo reato con un atto che è sovversivo e pericoloso per la nostra democrazia. Non sono esagerato perché quando un giudice si erge sopra della legge c’è sicuramente qualcosa che non va. E no, non è amore quando un essere umano diventa oggetto di una compravendita di fronte alla quale non è possibile tacere se si vuole evitare una pericolosa deriva antropologica. Risuonano ancora le parole di papa Francesco all’Ufficio internazionale cattolico per l’infanzia nell’aprile del 2014: «Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre». Per tutto il resto c’è master card.

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