Quelle vite bruciate dei figli di ’ndrangheta

Dietro il lusso ostentato c’è un disagio avallato dal «prestigio» familiare. L’operazione Galassia svela i nuovi business dei presunti baby boss

Tra le pieghe della maxi–operazione “Galassia”, coordinata dalla Procura nazionale antimafia e portata avanti dalle Dda di Bari, Catania e Reggio Calabria, emerge il ruolo di tre venticinquenni reggini: Francesco Franco, Danilone Iannì e Domenico Tegano sarebbero i reggenti per conto della ‘ndrangheta di un sistema affaristico–mafioso che gestiva il gioco d’azzardo online in Italia e in diversi Paesi d’Europa per un business da 4,5 miliardi di euro.

Tre figli di ‘ndrangheta che, partendo proprio dal lignaggio mafioso dei propri genitori, avrebbero mosso già dalla tenera età i propri passi nel mondo della malavita. E che fossero espressione di questo strano concetto di “famiglia”, lo sostengono diverse intercettazioni a disposizione degli inquirenti. Una ‘ndrangheta 3.0 che però «cammina» sulle logiche dell’appartenenza quando c’è da dirimere questioni, sedare scontri o avviare delle campagne di violenza contro l’avversario di turno. Franco, Iannì e Tegano, però a dispetto dei loro avi non hanno mai amato il low profile nel proprio stile di vita, anzi: il lusso andava evidenziato in bella mostra sui Social network, spazio del consenso sociale che la mafiosità esercita soprattutto tra i più giovani. Ma non solo: viaggi, Ferrari e Rolex erano il biglietto da visita di Iannì. Il monopolio nei privé delle discoteche, invece erano ad appannagio dei Tegano che – per anni – hanno terrorizzato la vita nottura in riva allo Stretto. Risse, droga e champagne. Vite bruciate che, adesso, a soli 25 anni attenderanno l’esito del processo per comprendere se la loro condotta sarà giudicata nelle aule dei tribunali. Sulle loro piste erano da tempo gli investigatori che ne seguivano le gesta quotidiane, incuranti dell’avere sulle spalle altri procedimenti seppur senza essere mai stati accusati prima di associazione a delinquere di stampo mafioso. Eppure, nella stessa Reggio Calabria, esiste una realtà parallela che sconfessa l’idea che il destino dei figli di ‘ndrangheta sia quello di seguire fedelmente la strada dei loro genitori. A portarla avanti è il presidente del Tribunale per i minorenni, Roberto Di Bella, che ha avviato un protocollo recentemente istituzionalizzato e che, dalla prima ora è stato sostenuto da Cei e Libera. C’è una generazione di ragazzi che può essere salvata, basta un po’ di coraggio. Lo stesso che stanno avendo le tante madri che, da vedove bianche – in virtù della condanna dei propri mariti al carcere duro – stanno chiedendo di poter cambiare radicalmente stile di vita.

L’operazione “Galassia”, quindi, non è solo utile per evidenziare la co–interessenza dei clan di mezza Italia sul business dell’azzardo online, ma anche per rilanciare un processo di promozione della dignità umana, soprattutto tra le giovani generazioni. Affinché i figli di ‘ndrangheta possano essere finalmente liberi di scegliere.

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