Riace, quel labile confine tra giustizia e legalità

«Il primo obiettore della storia è stato Gesù: chi non riconosce il reato di immigrazione clandestina è sempre pronto all’autodenuncia»

La notizia degli arresti domiciliari al Sindaco di Riace, ha fatto in breve tempo il giro dell’Italia, provocando clamore e sconcerto. Il “clima elettorale” dai facili slogan che stiamo vivendo ormai da troppo tempo, ancora una volta ha provocato una netta divisione tra chi, come il ministro Salvini, si pone decisamente contro Mimmo Lucano twittando contro tutti «i buonisti (Saviano in primis) che vorrebbero riempire l’Italia di stranieri» e chi, invece, si schiera in maniera ferma e risoluta a favore del Sindaco – “visionario” di Riace. Questi ultimi, invece di reagire di pancia affidando il proprio argomentare alle brevi frasi coniate ad arte per mera propaganda po-litica, preferiscono leggere gli atti. Nella nota stampa diffusa dalla procura di Locri, emergono a carico di Lucano due ipotesi di reato: quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e dell’affidamento diretto della gestione del servizio rifiuti. Viene rigettata dal Gip la richiesta di misura cautelare in ordine alla gestione dei fondi Cas e Sprar.

Non spetta certo a chi scrive entrare nel merito della vicenda giudiziaria che appare assai complessa, se non altro perché pone l’eterno dilemma tra legalità e giustizia, che a volte stridono quando la legalità impone di rispettare alcune norme che la coscienza riconosce come profondamente ingiuste. In un regime democratico come il nostro, grazie a Dio, c’è l’obiezione di coscienza! Spesso dimentichiamo anche noi cristiani che il primo “obiettore di coscienza” è stato Gesù Cristo «la legge è per l’uomo non viceversa ». Quelli che non riconoscono il reato di immigrazione clandestina, sin da quando è stato indebitamente introdotto con la legge 94 del 2009 e la stessa legge Bossi–Fini del 2002, si sono dichiarati sempre pronti all’autodenuncia. Per facilitare la riflessione dei tanti giovani che ho incontrato in questi giorni, ho usato un esempio: per il ministro dell’Interno Matteo Salvini non rappresenta un reato costringere più di un centinaio di immigrati alla “sosta forzata” per diversi giorni su una nave militare al fine di ottenere una immediata risposta europea alla problematiche immi- gratorie. Vale, dunque, anche per Salvini, ciò che scrive nell’ordinanza di misura cautelare il Gip Domenico Di Croce a proposito di Lucano, quel «fine che giustifica i mezzi». Per la “coscienza” del ministro, anche se forse dovremmo dire più correttamente per la sua ideologia sovranista, quella detenzione forzata era ben giusta. Per la procura del capoluogo siculo, invece, è emersa l’ipotesi di reato di sequestro di persona a tal punto da inviargli un avviso di garanzia, che lo stesso ministro ha letto in diretta Facebook. Per la coscienza del Sindaco di Riace combinare matrimoni, evadere la legge Bossi/Fini e successive modificazioni favorendo l’immigrazione clandestina non solo non costituisce reato, ma è un’azione necessaria per sostenere l’accoglienza di persone che hanno solo la sfortuna di essere nati in Nazioni dove si sperimentano guerre, povertà, carestie, mancanza di lavoro e di futuro. Non possiamo dimenticare come è nata l’idea della “Città Futura” di Riace: dando ospitalità ai profughi curdi, esattamente vent’anni orsono. Eventuali errori amministrativi, o inosservanze di norme sulla clandestinità che non hanno prodotto tornaconti personali o finalizzati alla mera conservazione del potere vanno inquadrati nell’ottica di salvaguardare un’idea rivoluzionaria che ha fatto del piccolo centro ionico–reggino la “capitale dell’accoglienza”. È utile ribadire, a scanso di ogni equivoco, che Libera da sempre promuove la cultura della legalità e della responsabilità, è il modello Riace che vogliamo difendere e promuovere. Non resta che auspicare, allora, come ha fatto don Ciotti, «che la politica, nel segno di una legalità inclusiva sappia dare continuità ad un modello di accoglienza».

* referente Libera regionale

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