Russia: Stato “regolatore”o neo-imperialista?

Interrogativi, ma anche previsioni: il quadro che potrebbe delinearsi fra qualche mese

Già dopo l’aggravarsi della guerra civile siriana, qualche anno a seguire l’inizio dei sommovimenti interni del 2011, con l’intervento di Putin a salvaguardia del mantenimento dello status quo di “Leader Maximo” del partito Ba’th sciita di Bashar al-Assad, il messaggio al mondo occidentale fu chiaro, forte e diretto.

La Russia voleva riappropriarsi di un ruolo geopolitico “regolatore” degli equilibri metastabili dell’ area Indo-Kush medio orientale con uno sguardo attento al Mar Nero, bacino interno strategico di un Mediterraneo sempre più al centro di uno scacchiere mondiale incandescente.


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Nel 2014 poi l’azione decisa e chirurgica in Crimea, al fine di consolidare la presenza di neo-guardiano del Mar Nero a protezione di corridoi energetici geo-strategici. E qui comincia a prodursi la “faglia geo-politica” pericolosa e in continuo micro-movimento tellurico, rivitalizzato dai movimenti indipendentisti nel Donbass (regioni dell’Ucraina orientale, Donec’k, Luhans’k e Charkiv).

Est Europa, zona sempre più strategica

L’Europa in tutto questo non sta a guardare e attraverso la Nato – con un impegno diretto degli Stati Uniti sempre più preoccupati del blocco caucasico-cinese in presa diretta non solo continentale – iniziano a rimarcare l’importanza di posizionarsi sempre più strategicamente, in quella cerniera politica che segna uno spartiacque, dalla Finlandia (con la finitima Svezia) sino all’Ucraina, passando dalla Estonia, Lettonia, Bielorussia Questa linea “Maginot” da entrambi i blocchi – da Est e da Ovest – in una chiave di lettura da terzo millennio, costituisce un oggetto del contendere (solo ieri, prima del conflitto in terra ucraina) sotterraneo, impercettibile dalla Diplomazia convenzionale e raccontata dai media istituzionali e non, internazionali. Ma il problema esisteva già dal 2014. L’Europa sospinta dagli Stati Uniti inizia a schiacciare l’occhio allo Stato Ucraino ed è fortemente ricambiato dato stesso sin dal 2014 all’indomani della Crisi in Crimea.

Si “investe” in Ucraina come si faceva durante la guerra fredda degli anni ’60 e ’70 con paesi strategici come l’Italia, la Germania (quella dell’Ovest, la Repubblica Federale di Germania), i cosiddetti paesi “cerniera”. Intanto il potere autocratico di Putin comincia a vacillare negli ultimi anni in un paese che vive un capitalismo sempre declinato secondo una logica troppo intrisa da un sovietismo mai pienamente estirpato e a mio avviso ancora presente nel dna della oligarchia dominante nella politica, nell’economia, nei gangli strategici della società russa.

Un nuovo “impero”?

Oggi, l’aggressione all’Ucraina serve a Mosca per confermarsi impero. O volersi di nuovo sentire e proporsi in proiezione internazionale, da “impero”. Questione di sopravvivenza. Sembra un paradosso ma a mio avviso è questo il nodo gordiano. Senza un ‘idea di “impero”, la Russia così com’è, non ha ragion d’essere.
Storia, modernità post-pandemica, geografia (geopolitica) e autocoscienza le vietano di scadere a Stato nazionale, introspettivamente riverso su se stesso. Ma adesso questa politica troppo ambiziosa, tipica dei Dittatori sul viale del tramonto e vacillanti, lo sta comunque autarchicamente disconnettendo dal mondo “reale”.

Cosa ne sarà della Russia e non solo?

Cosa aspettarsi ora? La mia previsione è una guerra ancora altalenante di qualche mese nell’attesa che si demarchi in modo chiaro una neutralità bilanciata e diplomaticamente concordata/barattata di quegli Stati “cerniera” tra i due macro blocchi: Europa/Nato e Blocco caucasico cinese ossia Sino-Russo. Forse questa neutralità concordata potrebbe bastare ad un Putin in decadenza e una Nato ambiziosa con gli Stati Uniti in cerca di una nuova identità geopolitica nel terzo millennio. Aspettando sempre Godot (la nostra Europa…).

Come tutti gli shock esogeni – in questo caso di matrice geopolitica – qualche riflesso positivo strutturale si scorge. Finalmente l’Europa si è resa conto di quanto la politica energetica risulti centrale negli equilibri mondiali nei prossimi 20 anni. L’autonomia energetica o nuovi assetti di fornitura in un arco temporale decennale sono ormai strategici e non più defettibili. Guardiamo di nuovo all’Africa e la storia si ripropone, Giambattista Battista Vico docet.

*Prof. Ordinario di Matematica per l’economia Università Mediterranea e Bocconi

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