Avvenire di Calabria

La riflessione di don Filippo Curatola

Sabato Santo: un silenzio mite che profuma di speranza

Il giorno in cui la terra tace

Redazione Web

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Il silenzio del sabato santo parte dal grido del venerdì: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Un grido teso, in qualche modo, a colmare il silenzio tra il Figlio e il Padre. Un grido che riassume tutte le domande dell’uomo di tutti i tempi: il perché delle fragilità, delle debolezze, dei dubbi, dei non–sensi, della morte. Perché? Dopo quel grido – e lo scenario raccapricciante che ne deriva (il terremoto, lo squarcio del velo del tempio, il camminare dei morti usciti dalle tombe) – il silenzio del sabato giunge come una carezza divina sul volto smarrito di ogni uomo. Su quello degli apostoli, anzitutto, che – senza sapere cosa fare, senza capire – ritornano raminghi nel cenacolo, muti. Su quello delle donne, poi, che – in silenzio – attendono l’alba del giorno dopo, per andare, in lotta con i loro profumi e la loro pietà, a ungere il corpo del Maestro sepolto. Su quello di ogni altro, pure.

Se, infatti, la mattina del sabato entri in una chiesa, tocchi con mano il vuoto: il crocifisso velato, velata ogni immagine, nudo l’altare. Il vuoto e il silenzio. Ma, un silenzio mite, che profuma di speranza. Per questo in ogni chiesa trovi – in mezzo al vuoto – l’icona del desiderio: una fila di gente che si avvia, in silenzio, a ricevere il perdono. Ma il sabato santo è anche il giorno del silenzio perché è, in fondo, il giorno del “nascondimento” di Dio, il giorno in cui accade quell’evento paradossale che noi proclamiamo nel Credo: Cristo «discese agli inferi», cioè nel regno dei morti, vivendo l’esperienza dell’abisso delle tenebre. Incommensurabile silenzio. Un silenzio squarciato dalla sua mano tesa e dal suo incredibile invito: «Svegliati, o tu che dormi!», rivolto ad Adamo e a ogni altro, sepolto nel buio dell’esistenza. Nel silenzio la morte cede il posto alla vita. Per antichissima tradizione, nel sabato santo si vive anche la «notte di veglia in onore del Signore», come dice l’Esodo; o la «veglia di tutte le veglie», come la definisce Agostino.

Vegliare è l’atteggiamento perenne e costante della Chiesa che – pur certa della presenza del suo Signore – ne attende la venuta definitiva nella gloria. Veglia, la Chiesa, e vive nella sua carne il “passaggio” di Cristo dalla morte alla vita; e il “passaggio” della creatura umana dal peccato alla grazia, dal timore alla testimonianza, dalla fame delle cose al gusto di Dio. I quattro momenti dello svolgersi della Veglia – liturgia della luce, liturgia della parola, liturgia battesimale, liturgia eucaristica – offrono, nella ricchezza dei simboli e dei volti (particolarmente incisivo quello dei catecumeni), la lettura del paradigma di tutta l’esistenza cristiana che nasce dalla Pasqua.

Luce, parola, acqua, convito diventano le realtà costitutive e i punti di riferimento essenziali della vita nuova. È bello, infine, leggere la veglia del sabato in un duplice scenario, non liturgico, ma teologico. È la veglia del Figlio; è la veglia della Madre. Il Figlio. C’è il lenzuolo che parla, nel silenzio, ed offre al Figlio la carezza del mondo; c’è il masso che tace e poi grida: la luce, il crollo, la fuga… C’è l’attesa che brama: non solo di scendere agli inferi, ma di incontrare i volti sulle strade e nelle vie buie del mondo. La Madre. C’è il suo silenzio che accoglie tra le braccia l’uomo trafitto e ripensa al bambino di Bethlem... C’è la preghiera che tace, mentre la solitudine della Madre abbraccia la solitudine della Sposa. C’è il desiderio che vede e in anticipo brama l’incontro che i vangeli non narrano. Sabato Santo: la Veglia del Figlio e della Madre. Ma anche la Veglia dei discepoli e delle donne. La nostra Veglia…

Articoli Correlati

passione signore morrone

Passione del Signore, la celebrazione di Morrone in Cattedrale

È stata celebrata in Cattedrale la commemorazione della Passione e morte di Gesù Cristo. A presiderla l’arcivescovo di Reggio Calabria – Bova. Monsignor Morrone rivolgendosi ai fedeli ha detto: «Come si ferma la violenza? “Pietro, rimetti la spada nel fodero” ed estrai la croce del Dio vivente».