Santoro (ConfCommercio): «Chi non denuncia va accompagnato»

Giovanni Santoro, presidente di Conf Commercio Reggio Calabria, ci aspetta nel suo ufficio. Pochi fronzoli, è noto per il suo modo diretto e asciutto. Il tema dell’antiracket, poi, gli sta particolarmente a cuore: i cinquemila iscritti alla sua associazione sono – purtroppo – tra i principali destinatari delle attenzioni dei clan.

Il presidente di Confindustria Reggio Calabria sostiene che servono più garanzie per chi vuole denunciare il racket. È d’accordo?

Si ha la cattiva abitudine di confondere le associazioni di categoria. Si tratta di soggetti diversi che devono affrontare problemi diversi.

Però non ha risposto alla mia domanda.

L’ispettorato del lavoro – dati alla mano – sostiene che il 97% delle evasioni di natura previdenziale riguardano il settore edile e agricolo. Altro che lo sfruttamento delle commesse.

Ci sta dicendo che c’è un modo per “ammortizzare” il racket che è quello delle assunzioni segnalate?

C’è una differenza fondamentale che va fatta: chi lavora nel settore del commercio è vittima, altri con le loro scelte diventano complici. Da noi chi non paga il pizzo è perché sono quelli che lo prendono.

Si spieghi meglio.

Dal proprietario di una bottega arriva l’estorsore: dopo le minacce, il commerciante è costretto a pagare. Negli altri settori non è così: spesso il mafioso, infatti, si mette d’accordo per gestire un appalto. In questo modo l’imprenditore sa già come rivedere i propri costi. Un prodotto in vendita alla bottega, però, non può essere venduto con una sovrattassa – perché a Reggio Calabria c’è la ‘ndrangheta – rispetto al suo costo di mercato.

Paradossalmente tra i commercianti dovrebbe scattare la molla della solidarietà che è alla base dei movimenti antiracket.

I risultati che si sono avuti in Sicilia e in Campania continuano a riguardare il settore dell’imprenditoria. In quel caso, l’associazione di categoria ha deciso di “cacciare” chi viene scoperto essere colluso.

ConfCommercio non può fare nulla, quindi?

Quando sono diventato presidente, nel 2010, c’era un grande fermento rispetto alle associazioni antiracket. Sono andato a verificare i dati del telefono anti–usura: negli ultimi quindici anni sapete quanto volte aveva squillato? Una.

Si è chiesto anche il perché?

C’è un elemento di ordine pratico: ipotizziamo che un commerciante subisca delle estorsioni, esasperato, decida di confidarsi. Vi sembra naturale che entri in un ufficio “antiracket”? Quando un commerciante si confida personalmente con me di questi disagi, trema e piange dalla paura, seppure siamo da soli in una stanza. Il nostro ruolo – come fatto più volte – è quello di accompagnarli, anche fisicamente, per la denuncia.

Formalizzare un movimento antiracket, da quello che dice lei, sarebbe addirittura un boomerang.

Bisogna ragionare sul livello delle relazioni umane. Questa non è una città di eroi: la gente, ogni sera, vuole tornare a casa. Ed il problema, se possibile, è ancor più grave nel territorio della provincia: parliamo di veri e propri “drammi” incancreniti.

Presidente, la situazione sembra irreversibile.

No, se cambiamo il punto di vista. Noi non possiamo “cacciare” chi non denuncia, anzi io devo accoglierli ancora di più. Alla solitudine – di sentirsi obiettivo dei delinquenti – aggiungo altra solitudine, magari delegittimandolo da persona onesta a colluso? Vi dirò di più: se fosse possibile a chi è costretto a pagare il pizzo, e non ha la forza di ribellarsi, io non gli farei neanche pagare i diritti associativi.

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