Il sindaco di Roccella Ionica, Vittorio Zito, rilancia l’urgenza di nuove strutture per il primo soccorso e propone un cambio di paradigma nella gestione dei flussi migratori: soccorso, transito, accoglienza e rientro volontario devono essere parte di un’unica strategia europea.
Sbarchi in aumento e nuove rotte
A giugno gli sbarchi a Roccella Ionica sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2024. Lo conferma Vittorio Zito, sindaco della città jonica, che da anni affronta in prima linea l’emergenza. Oltre al numero crescente di arrivi, è cambiata anche la tipologia delle imbarcazioni: piccoli barchini in vetroresina con migranti prevalentemente dal Bangladesh stanno affiancando le rotte tradizionali dall’Afghanistan, dalla Siria e dal Pakistan.
Cosa è cambiato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno?
C’è stato un forte incremento degli arrivi rispetto all’anno precedente: sono più che raddoppiati sia gli eventi sia il numero di persone soccorse. Inoltre, si osserva una varietà maggiore nelle rotte, con nazionalità diverse rispetto al passato.

A Roccella, solitamente, sbarcavano migranti provenienti da Afghanistan, Siria e Pakistan, con qualche presenza dal Bangladesh. Ora, invece, si rileva un fenomeno nuovo: piccoli barchini in vetroresina da circa 35 posti, tecnicamente non in grado di affrontare lunghi tragitti, sono impiegati per il trasporto di migranti, soprattutto provenienti dal Bangladesh. Questo cambiamento nelle modalità e nelle rotte desta preoccupazione.
Nei giorni scorsi, il prefetto di Reggio Calabria ha elogiato il lavoro svolto a Roccella. Come si sta organizzando il Comune per affrontare la situazione?
Il prefetto ha posto una questione cruciale: la carenza di posti nel circuito di accoglienza. Questo mette in difficoltà gli avamposti del soccorso come Roccella. Attualmente la nostra struttura è ben organizzata grazie all’intervento del Ministero dell’Interno. Il centro, gestito dalla Croce Rossa, può accogliere 240 persone, una capienza simile a quella della struttura di Reggio. Quando però il numero di arrivi supera questa soglia, si pone un problema serio di primo soccorso.
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Ritengo che sia necessario rivedere l’approccio al salvataggio in mare, distinguendolo chiaramente dall’accoglienza: lo ripeto da sempre, si tratta di due fasi con esigenze e implicazioni differenti.
Cosa bisognerebbe fare per migliorare la gestione dell’emergenza?
Occorre distinguere tra primo soccorso e accoglienza. Gli hotspot, come Roccella – pur non essendo classificato formalmente come tale – devono poter gestire anche flussi straordinari. L’accoglienza prevede una permanenza prolungata, mentre il soccorso richiede rapidità e flessibilità. Serve la creazione di luoghi di transito dedicati alle primissime fasi, in cui i migranti possano restare temporaneamente, anche prima dell’identificazione. Chiediamo da tempo soluzioni di questo tipo, ma non è mai stato chiarito perché non vengano prese in considerazione.
Quando si legge che sono state espulse migliaia di persone, è un atteggiamento assolutamente ipocrita: si immagina che vengano effettivamente accompagnate alle frontiere. In realtà, chi non presenta richiesta di asilo ha sette giorni di tempo per lasciare il Paese, ma nella maggior parte dei casi se ne perdono le tracce.
Cosa pensa della proposta della prefetta Vaccaro di creare nuove strutture anche negli altri comuni del territorio?
È un’ipotesi difficile da attuare. Le strutture disponibili e inutilizzate sono spesso fatiscenti e richiedono interventi urgenti per essere rese agibili. Inoltre, la gestione tramite gare pubbliche richiede tempo. Servirebbe invece una risposta quasi immediata, per far fronte a situazioni che possono evolvere rapidamente e diventare drammatiche.
Esiste una “ricetta” per gestire il fenomeno migratorio? La politica è realmente interessata ad affrontarlo?
No, perché si tratta di un fenomeno complesso e strutturale, che dura da almeno vent’anni. Non esistono soluzioni semplici, ma è fondamentale evitare approcci ideologici. Noi sindaci, in prima linea, lo facciamo già: mettiamo da parte le ideologie per affrontare concretamente i problemi legati agli sbarchi.
Su quali punti bisognerebbe trovare convergenza?
Il primo punto è che il soccorso spetta inevitabilmente all’Italia, poiché la sua posizione geografica la rende il principale punto di approdo. Tuttavia, la maggior parte dei migranti non ha come destinazione finale l’Italia, ma mira a raggiungere altri Paesi europei. È quindi fondamentale affermare un principio chiaro: chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Da qui l’esigenza di un sistema di gestione europeo, non affidato ai singoli Stati, che si occupi delle prime fasi del soccorso, dell’identificazione e dell’accoglienza.

Occorre poi agire nei Paesi di origine, anche se spesso non si tratta di regimi democratici o affidabili. Un’azione concreta potrebbe essere il sostegno al rientro volontario di chi lo desidera ma non ha i mezzi economici per farlo. I rientri volontari funzionano come passaparola e aiutano a smontare false aspettative. Naturalmente, tutto ciò è valido per chi parte per migliorare la propria condizione. Chi parte per disperazione, perché non ha alternative, non può essere fermato né moralmente né concretamente.













