L’approfondimento della figura dell’Apostolo delle Genti è stato al centro del recente appuntamento organizzato al Santuario di San Paolo alla Rotonda. Attraverso l’analisi della dimensione contemplativa del Santo, l’incontro ha ripercorso le tappe fondamentali della sua esperienza spirituale, dal background ebraico alla rivelazione sulla via di Damasco. La riflessione, guidata da madre Mirella Muià, eremita della Diocesi di Locri-Gerace, ha evidenziato come il cammino interiore dell’ex persecutore si sia tradotto in un annuncio universale, offrendo uno spaccato essenziale sull’attualità del messaggio paolino.
Il quinto incontro della Scuola Biblica Paolina
Il 14 aprile, nel Santuario di San Paolo alla Rotonda, si è svolto il quinto incontro della Scuola Biblica Paolina promosso in collaborazione con il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Il tema, “La mistica di Paolo”, è stato affidato a madre Mirella Muià, eremita della Diocesi di Locri-Gerace. La sua vocazione contemplativa ha consentito di offrire una lettura essenziale e insieme profonda della dimensione mistica dell’Apostolo, rendendola viva e attuale a quanti, numerosi e attenti, hanno partecipato.
Un Dio che “c’è” e che cerca relazione
Madre Mirella ha aperto il suo intervento richiamando l’evento del roveto ardente, dove Dio non si rivela come un essere astratto, ma come Colui che “c’era, c’è e ci sarà” (Es 3,14). Una presenza che non irrompe, ma attende di essere accolta, come ricorda anche l’Apocalisse: “Ecco, sto alla porta e busso” (3,20). La mistica, dunque, non è un’esperienza straordinaria riservata a pochi, ma un incontro che prende forma nella vita concreta, quando il cuore si apre a questa presenza discreta e fedele.
Le radici di Paolo e la misericordia di Dio
Prima dell’incontro con Cristo, Saulo è un fariseo formato alla scuola di Gamaliele (cf. At 22,3), erede del grande maestro Hillel, che vedeva nella Torah un insegnamento di misericordia (cf. “Talmud Babilonese, Trattato Shabbat”, 31a). Negli Atti degli Apostoli, Gamaliele difende i primi cristiani con parole che restano emblematiche: “Se questa opera viene da Dio, non riuscirete a distruggerla” (cf. At 5,38-39). Anche le ultime parole di Stefano martire lasciano un segno profondo in Saulo – “Signore, non imputare loro questo peccato” (At 7,60) – e aprono uno spazio interiore che egli stesso non riconosce ancora, ma che prepara l’incontro decisivo.
La via di Damasco: una luce che entra dentro
Sulla via di Damasco, Saulo viene raggiunto da una luce che non è solo un fenomeno esterno: è una presenza che lo avvolge e lo penetra (cf. At 9,1-9). La voce che lo chiama per nome – “Saulo, Saulo” – lo introduce in una relazione nuova quando gli dice: “Io sono Gesù che tu perseguiti”; Saulo comprende che colpire i cristiani significa ferire il Signore stesso. La sua conseguente cecità non è punizione, ma segno di un nuovo modo di vedere: non può più osservare da lontano l’incontro, perché ormai lo inabita.
Un’identità nuova: immerso in Cristo
Il battesimo ricevuto a Damasco segna l’inizio di una vita rinnovata (cf. At 9,18ss.). Paolo non rinnega le sue radici ebraiche (cf. Rm 11,1): le porta a compimento in Cristo, riconoscendo nel Messia Crocifisso Risorto il fulcro della storia di Israele. Per questo può annunciare il Vangelo alle genti come la realizzazione della promessa fatta ai padri (cf. Rm 1,1-7).
Una vocazione universale
La mistica paolina non rimane un’esperienza privata, ma, a partire dalla sua conformazione alla kenosi di Cristo (cf. Fil 2, 6-8), diventa missione. Paolo comprende che la luce del Messia è destinata a tutti i popoli, come aveva profetizzato Simeone nel Tempio: “Luce per rivelarsi alle genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2, 32). La gloria di Israele è essere grembo di questa luce che si espande. In Cristo l’umanità ritrova l’unità perduta: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). È una visione che supera ogni barriera culturale e religiosa, e che ancora oggi interpella la Chiesa.
Testimone fino a Roma
Gli Atti degli Apostoli mostrano un Paolo che desidera ardentemente testimoniare ai suoi fratelli nella fede ebraica (cf. At 21-23). A Gerusalemme e poi a Roma, egli proclama con franchezza: “È a causa della speranza di Israele che io sono legato da questa catena” (At 28,20). La sua missione alle genti non è una rottura, ma il compimento della vocazione universale di Israele (cf. Gal 3,6-8), che trova in Cristo la sua pienezza (cf. Rm 15,8-9).
Una mistica che riguarda anche noi
La mistica di Paolo non è evasione, ma immersione nella presenza di Dio che trasforma la vita e apre alla missione. Come il roveto che arde senza consumarsi, anche noi siamo chiamati a lasciarci abitare da quella luce che non distrugge, ma illumina e rinnova.













