Avvenire di Calabria

Sempre più reggini impegnati per il decoro urbano

Spazi dimenticati. I “soccorritori” della città

di Federico Minniti

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Capita, non di rado, di imbattersi in gruppetti di concittadini che impugnano rastrelli, pale, pennelli e secchi. Non si tratta di pericolosi manifestanti (ricordate l’era dei “forconi”?), bensì di volontari che hanno deciso di rimboccarsi le maniche e prendersi cura della loro Città. Siamo a Reggio Calabria, capitale del giufaismo di giuntiana memoria (ci riferiamo ai testi del poeta Nicola Giunta che come pochissimi riuscì a fotografare il reggino medio, ndr), dove sembra impossibile collaborare o cooperare per il bene comune. Ma in tempi di Covid-19 (e di ristrettezze economiche) la soluzione “fai da te” sta diventando un encomiabile esercizio di partecipazione popolare.

Mentre girovagavamo per la Città alla ricerca delle “brutture” - che ci sono e le documenteremo più avanti - abbiamo incontrato questi volontari in due luoghi simbolo: Piazza Carmine, una sorta di souk nel centro storico della Città, eredità architettonica delle dominazioni aragonesi, e la scalinata di Via Giudecca, memoria urbana della presenza ebraica in riva allo Stretto. Spazi identitari, come pochi. Ma non per questo “miracolati” rispetto a incuria e vandalismo.

Piazza Carmine, per esempio, qualche giorno fa ha visto la mano di qualche balordo armato di una bomboletta spray per imbrattare il marciapiede. Un’opera non gradita e subito ripulita dai volontari incontrati per caso e restii alla notorietà. Quella piazza è il loro “luogo del cuore” e non potevano lasciarlo in quello stato.

La Scalinata di Via Giudecca (ultimo tratto “storico” prima del faraonico Tapis roulant che collega la parte alta del centro cittadino al Lungomare Falcomatà, costantemente non accessibile), invece, era una discarica a cielo aperto. Per provare a ridarle dignità ci sono volute settimane di lavoro. E l’impegno è costante anche durante i giorni feriali. Si tratta di due esempi da valorizzare perché spontanei, senza sigle d’appartenenza se non quella di sentirsi reggini al 100%.

Certo, la buona volontà non sempre “basta”. Dal centro alle periferie sono tantissime le aree abbandonate a se stesse: erbacce e spazzatura (di qualunque tipo) non fanno altro che imbruttire una Città, invece, benedetta dalla bellezza naturale. Un esempio certamente sfortunato - per usare un eufemismo - è piazza “Gianluca Canonico”, intitolato a un bimbo di appena 10 anni «morto per errore» durante una sparatoria. Quel parchetto, inaugurato sotto i migliori auspici, si è trasformato in un ricettacolo di spaccio e altri brutti giri. Ci vogliono più controlli, è vero. Ma se si osserva con attenzione le condizioni in cui versa quell’area probabilmente si può capire perché nessun genitore decide di portare i propri figli.

Purtroppo, poi, il “brutto”, si sa, non fa altro che moltiplicare l’idea che a Reggio «non c’è niente» giustificando quanti - non si sa ancora per quale maledetto motivo - pensano che distruggere sia meglio che costruire. Possiamo parlare dei tantissimi episodi deprecabili che hanno visto vili ignoti distruggere aree ludiche e parchi giochi (alcuni dei quali appena inaugurati). Attorno alle opere, purtroppo, è mancata la cura della comunità se non la comunità stessa. L’elenco delle responsabilità, in tal senso, è lunghissimo e non assolve nessuno. Probabilmente, però, per troppo tempo ci si è fermati a recriminare su ciò che poteva essere e, invece, non è stato. Adesso, tocca rimboccarsi le maniche tutti assieme.

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