Nella XV Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, oggi 15 marzo, i dati del Ministero della Salute e degli istituti di ricerca evidenziano un aumento costante dei casi legati ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione in Italia, aggravato dall’abbassamento dell’età media di insorgenza. A fronte di un quadro clinico e sociale che coinvolge sempre più giovani e giovanissimi, anche per le dinamiche innescate dai social network, si registra una contrazione delle risorse pubbliche destinate alle cure e una marcata disomogeneità territoriale delle strutture di assistenza, che penalizza in particolar modo le regioni del Sud.
L’invisibilità dei disturbi alimentari e la ricorrenza del 15 marzo
C’è una fame che non riguarda il cibo. È una fame di controllo, di riconoscimento, a volte di sparizione. La sentono in tre milioni e mezzo in Italia, secondo le stime più aggiornate del Ministero della Salute. Eppure la maggior parte di loro resta invisibile: ai familiari, ai compagni di classe, perfino a se stessi. La XV Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, che
ricorre oggi 15 marzo, prova ancora una volta ad accendere una luce su questa zona d’ombra. Lo fa in un anno in cui i numeri continuano a salire e le risorse pubbliche, al contrario, si contraggono. «La Giornata del Fiocchetto Lilla rappresenta tutte le persone che lottano contro i disturbi alimentari e il loro sentirsi spaventate, disorientate e non viste», dice Valentina Bruchi, coordinatrice della Rete clinica aziendale per i Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione della Asl Toscana sud est.
Non viste: è forse la parola chiave. Perché l’anoressia, la bulimia, il binge eating, il disturbo evitante non si leggono necessariamente nel corpo di chi ne soffre. Sono patologie che si radicano nella psiche, nel rapporto con sé e con il mondo, e che spesso si consumano nel segreto. La ricorrenza fu istituita nel 2012 da Stefano Tavilla, padre di Giulia, una ragazza scomparsa a causa della bulimia proprio il 15 marzo. Nel 2018 la Presidenza del Consiglio la riconobbe ufficialmente. Da allora, ogni anno, decine di associazioni organizzano incontri, sportelli, convegni. Quest’anno la Fondazione Fiocchetto Lilla – nata dall’unione delle associazioni “Mi Nutro di Vita”, “Così Come Sei” e “Perle Onlus” – porta avanti progetti di prevenzione nelle scuole primarie, gruppi di mutuo aiuto per le famiglie e sostegno alla ricerca. I Comuni sono stati invitati a illuminare di lilla un monumento il 15 marzo. Ma oltre la sensibilizzazione, resta il nodo di ciò che accade tutti gli altri giorni dell’anno.
L’incremento delle diagnosi e l’impatto sui più giovani
I numeri parlano di un’emergenza che si è aggravata dopo la pandemia. Secondo i dati del Ministero della Salute, dal 2019 al 2021 i casi di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono aumentati di quasi il 40 per cento. Le cifre raccolte dall’Istituto A.T. Beck documentano la traiettoria: 680.569 casi nel 2019, 879.560 nel 2020, oltre 1.230.000 nel 2021, fino a superare 1.450.000 nel 2022. Il registro Rencam ha rilevato, nel solo 2022, 3.158 decessi con diagnosi legate ai disturbi alimentari, con un’età media di 35 anni. Cifre che non tengono conto di quanti non arrivano mai a una diagnosi: secondo un’analisi dell’Unobravo Data Lab, solo il 9,3 per cento di chi dichiara di non avere un buon rapporto con il cibo e con il proprio corpo ha già ricevuto una diagnosi formale. «Negli ultimi tre anni, i casi di disturbi alimentari tra i giovani sono più che raddoppiati e l’età media di
insorgenza si è drasticamente abbassata, arrivando a colpire bambine e bambini di appena 8-9 anni. Anoressia e bulimia rappresentano oggi la seconda causa di morte tra i giovani subito dopo gli incidenti stradali», ha dichiarato Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani.
Una rilevazione condotta dal Cng con il supporto dell’Istituto Piepoli indica che il 25 per cento dei giovani tra i 18 e i 34 anni dichiara di aver sofferto di un disturbo alimentare, una percentuale che sale al 29 per cento nella fascia 25-34 anni. Tra le maggiori difficoltà nel percorso di guarigione, il 35 per cento segnala l’isolamento e la solitudine; il 23 per cento la mancanza di supporto psicologico; il 16 per cento il timore del giudizio. L’abbassamento dell’età di esordio è uno degli aspetti più preoccupanti. All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, dal 2019 le nuove diagnosi tra i più giovani sono aumentate del 64 per cento, e l’età di insorgenza si è abbassata fino a otto anni. Il 30 per cento dei nuovi casi riguarda minori sotto i 14 anni. La mappatura aggiornata dell’Istituto Superiore di Sanità, risalente a febbraio 2025, conta 214 tra centri di cura e associazioni attive su tutto il territorio nazionale: 132 del Servizio sanitario, 32 del privato accreditato convenzionato e 50 associazioni. Di questi, il 51 per cento dichiara di poter prendere in carico anche pazienti nella fascia 7-12 anni – segno che la domanda di cura per i più piccoli è ormai una realtà consolidata.
Disomogeneità territoriale e riduzione delle risorse pubbliche
Ma la distribuzione geografica è disomogenea. La metà dei centri si concentra nelle regioni del Nord, in particolare in Emilia-Romagna e Lombardia, mentre il Sud e le Isole soffrono di carenze strutturali più marcate. Il Rencam segnala una mortalità più elevata proprio nelle regioni dove le strutture di cura sono scarse o assenti, come Campania, Sardegna, Sicilia e Puglia. A rendere il quadro più fragile si aggiunge una scelta politica
contestata: nella legge di bilancio 2025 il governo non ha rinnovato il fondo specifico per i disturbi alimentari, istituito nel 2022 con 35 milioni di euro in tre anni. Al suo posto, un finanziamento di 1,5 milioni spalmati su tre anni e destinato esclusivamente a una campagna di prevenzione del Ministero della Salute. Un intervento che molti operatori del settore giudicano del tutto insufficiente rispetto alla portata del problema.
L’influenza dei social network e i modelli estetici online
Accanto ai fattori strutturali, c’è poi il grande tema culturale: il ruolo dei social media. Un’indagine condotta da Skuola.net insieme all’Associazione Nazionale Di.Te. su un campione di 1.668 ragazzi tra i 9 e i 24 anni rivela che tre giovani su quattro confrontano abitualmente il proprio corpo con gli standard estetici proposti online. Per il 31 per cento il
confronto è quotidiano. Quasi la metà degli intervistati ha modificato le proprie abitudini alimentari inseguendo quei canoni; il 34 per cento ritocca le proprie immagini con filtri e correzioni prima di pubblicarle; il 65 per cento di chi ha avuto problemi non ne ha mai parlato con nessuno. L’insicurezza legata al corpo, inoltre, cresce con l’età: colpisce il 31 per cento dei giovanissimi tra 9 e 14 anni, il 43 per cento nella fascia 15-19 e arriva al 60
per cento tra i 20 e i 24 anni. La psichiatra Laura Dalla Ragione, direttrice della Rete per i Disturbi del comportamento alimentare dell’Umbria e autrice del volume “Social Fame”, ha osservato che i media digitali aumentano la capacità di diffusione di comportamenti e tendenze rischiose.
Il proliferare di fit-influencer senza competenze specifiche, che propongono modelli irraggiungibili e stili di vita inadatti per gli adolescenti, crea quello che gli esperti definiscono un terreno fertile: i social non sono la causa diretta dei disturbi alimentari, che hanno un’origine multifattoriale, ma rappresentano un potente fattore di rischio, soprattutto per chi si trova nella fase vulnerabile della costruzione della propria identità. Eppure il digitale non è solo minaccia. In rete si moltiplicano anche i “profili recovery”, gestiti da persone che stanno attraversando o hanno attraversato un disturbo e condividono il proprio percorso per far sentire meno sole le altre. Progetti come Peso
Positivo nascono su Instagram proprio per parlare ai più giovani nel loro linguaggio. È una contraddizione che riflette la complessità del fenomeno e che impone agli adulti – genitori, insegnanti, educatori, comunità – di non demonizzare lo strumento ma di attrezzarsi per accompagnare i ragazzi con consapevolezza.
L’introduzione del “codice lilla” e le sfide dell’accoglienza nei Pronto soccorso
Sul piano sanitario, una delle novità più significative degli ultimi anni è il cosiddetto “codice lilla”, un protocollo specifico introdotto dal Ministero della Salute per accogliere e gestire in modo prioritario e appropriato i pazienti con sospetti disturbi alimentari che si
presentano in Pronto soccorso. Il protocollo, nato dall’intuizione della dottoressa Simona Corridori e della presidente dell’associazione Perle Onlus Mariella Falsini, include raccomandazioni operative per medici, infermieri e familiari. Dove è stato attivato, rappresenta un modello di buona pratica; ma la sua applicazione resta disomogenea, e in molte aree del Paese il Pronto soccorso continua a non disporre di strumenti adeguati per intercettare tempestivamente questi pazienti. «Parlare di disturbi alimentari significa
riconoscere un dolore spesso invisibile e dare voce a chi non riesce a chiedere aiuto», osserva Alessandro Arcidiacono, presidente di Fondazione PASS e Bimbo Tu, tra gli organizzatori delle iniziative della Settimana del Fiocchetto Lilla in Emilia-Romagna. Ed è proprio questa dimensione di invisibilità a rendere i disturbi alimentari una sfida non solo medica ma profondamente umana: la persona che ne soffre spesso non si riconosce come malata, si ritira dalle relazioni, nasconde la propria sofferenza dietro un’apparenza di normalità. Il colore lilla, fusione di rosso e blu, è stato scelto come simbolo proprio per
richiamare questa dualità: il dolore interiore coperto da una facciata composta.
Le possibilità di guarigione e la necessità di fare rete
Ci sono però anche dati che lasciano intravedere una speranza. L’analisi dell’Unobravo Data Lab mostra che, tra chi ha avuto un disturbo alimentare in passato, il 77 per cento afferma di trovarsi oggi in una fase di miglioramento. Gli interventi di psicoterapia cognitivo-comportamentale si sono rivelati particolarmente efficaci per gli adulti, mentre per gli adolescenti risultano determinanti i trattamenti che coinvolgono la famiglia.
La guarigione è possibile, e lo è tanto più quanto più precoce è la presa in carico. Ma servono reti, servono professionisti, servono risorse. E serve, prima di tutto, che la comunità impari a guardare. Perché il vero nodo, in fondo, è culturale prima ancora che
sanitario. In una società che misura il valore delle persone attraverso l’immagine del loro corpo, che premia la performance e l’autocontrollo, che ha trasformato il cibo in spettacolo e ossessione, i disturbi alimentari sono lo specchio deformato di una pressione collettiva. La Giornata del Fiocchetto Lilla chiede di fermarsi e riconoscere questa sofferenza per quello che è: non un capriccio, non una scelta, ma una malattia che si può curare. A patto di non voltarsi dall’altra parte.











