Ai Overview: In occasione del trentesimo anniversario della scomparsa di Thomas Kuhn, avvenuta il 17 giugno 1996, si ripercorre la genesi e il significato autentico della sua espressione più celebre, il “cambio di paradigma”. Nata da un’intuizione durante lo studio della Fisica di Aristotele ad Harvard e formalizzata nel volume del 1962 “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, la formula descrive le profonde crisi e le rotture necessarie per il progresso scientifico. Attualmente, tuttavia, il concetto viene spesso decontestualizzato e applicato a fenomeni di stretta attualità, perdendo la sua accezione originaria intimamente legata al lavoro collettivo dei ricercatori e ai limiti della conoscenza umana.
L’inflazione di un’espressione celebre
Ogni giorno qualcuno annuncia un «cambio di paradigma», i consulenti aziendali, i divulgatori in cerca di effetto, i comunicati delle start-up, le associazioni che cercano di incidere sul territorio o, comunque, nella comunicazione del territorio. Oggi, 17 giugno, ricorrono trent’anni dalla morte di Thomas Samuel Kuhn, proprio il fisico e filosofo americano che he inventato l’espressione «cambio di paradigma» e che oggi faticherebbe a riconoscerla.
L’intuizione aristotelica e il successo editoriale
Kuhn è nato a Cincinnati nel 1922, si laureò in fisica a Harvard, ma la sua vita prese un’altra direzione nell’estate del 1947, quando il presidente dell’università James Conant gli chiese di preparare un corso di storia della scienza per gli studenti di discipline umanistiche; leggendo la Fisica di Aristotele, ebbe un’intuizione: la scienza del passato funzionava dentro un quadro concettuale diverso, coerente al suo interno, opaco a chi lo giudicava con le categorie del presente…Aristotele, in fondo, ragionava dentro un altro mondo.
Il frutto di quell’intuizione arrivò quindici anni dopo, quando nel 1962 uscì “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”: vendette 919 copie nella prima tiratura, poi, nei decenni successivi ha superato la soglia delle due milioni di copie, tradotte in venticinque lingue…l’edizione italiana uscì nel 1969 per Einaudi, tradotta da Adriano Carugo.
Le fasi della scienza normale e la genesi delle rivoluzioni
La tesi di fondo del libro di Kuhn è che la scienza attraversa fasi di «scienza normale», in cui i ricercatori lavorano dentro un quadro teorico condiviso risolvendo problemi concreti – quelli che Kuhn chiamava «rompicapo» – e fasi di crisi, in cui le anomalie si accumulano fino a rendere necessaria una svolta; così il vecchio quadro viene allora sostituito da uno nuovo: è il cambio di paradigma che Kuhn definiva come un insieme di «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca».
Con il suo volume, Kuhn ha restituito dignità al lavoro scientifico ordinario: la scienza normale, fatta di pazienza, verifica, fallimenti e tentativi, occupa gran parte dell’impresa di ricerca; le rivoluzioni sono rare e, quando arrivano, nascono dall’interno di una comunità che condivide linguaggi, metodi e criteri; così la scienza, per Kuhn, è un’opera collettiva, situata storicamente: una lezione di umiltà sul conoscere, in un tempo che preferisce la retorica dell’innovazione permanente.
Il dibattito e la decontestualizzazione contemporanea
Karl Popper lo accusò di favorire il dogmatismo, altri lo lessero come un relativista, ma Kuhn respinse entrambe le letture perché il suo punto di vista era più sottile: anche la ricerca opera dentro cornici interpretative che possono essere superate, le anomalie aprono una tensione prima di distruggere una teoria, chiedono discernimento, tempo, ascolto dei fatti.
Oggi l’espressione «cambio di paradigma» si applica all’intelligenza artificiale, alla transizione energetica, a ogni novità che promette di cambiare tutto, ma Kuhn la userebbe con altra cautela, perché per lui il paradigma era il modo in cui un’intera comunità di ricerca organizza il proprio sguardo sul mondo, e un cambio autentico richiedeva una crisi profonda, il fallimento delle vecchie risposte e poi l’emergere faticoso di un’alternativa.
L’eredità incompiuta del fisico e filosofo
Morì il 17 giugno 1996 a Cambridge, dopo due anni di malattia, ci lasciò mentre stava lavorando a un libro che ripensava i concetti centrali della Struttura…libro che rimase incompiuto. Resta la sua lezione: la conoscenza scientifica è un’avventura umana, esposta ai limiti di chi la pratica, ecco perché dovremmo prenderla davvero sul serio.













