Avvenire di Calabria

Un altro occhio

Telecamere: basta la tecnologia per ridurre le notizie tristi?

Paolo Bustaffa

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Il “Grande Fratello”, anzi il suo occhio, viaggia ora anche su treni affollati. Non è aperto solo nelle piazze, agli angoli delle vie, nei negozi, nei pressi dei cassonetti, nelle sale d’attesa, negli aeroporti.
La videosorveglianza è ormai compagna inseparabile di ogni cittadino, cerca di rassicurarlo anche se, inevitabilmente, non può che lasciarlo solo nel momento della minaccia.
È un amico a metà che può svolgere un ruolo di deterrenza, può documentare il succedersi di atti, può contribuire alla definizione delle identità coinvolte in un fatto, ma non può fermare l’imprevedibile gesto violento.
È comunque una risposta alla domanda di sicurezza che continua a crescere a fronte di tragedie che i media registrano e raccontano.
Ma quella domanda va oltre la videosorveglianza e solleva diverse preoccupazioni sulla tenuta del tessuto sociale, sulla qualità delle relazioni tra le persone, sulla mancanza di tracce di umanità lungo le strade di una città.
Le atrocità compiute dal terrorismo hanno alzato e alzano anche oggi l’asticella dell’urgenza di efficaci misure di sicurezza mentre mille altre tragedie, che la cronaca quotidiana rilancia, fanno lievitare la richiesta di aumentare il numero degli occhi del “Grande Fratello”.
Non è una richiesta fuori luogo, lascia però intuire un appello alla società perché apra un altro occhio su se stessa.
Un occhio che la possa aiutare ad accendere una luce in tanto buio video-sorvegliato. Indubbiamente la riflessione corre su due diversi piani di lettura e di intervento ma l’uno non esclude l’altro.
L’aumento del numero di occhi del “Grande Fratello” non può essere l’unica via per un futuro più sicuro.
È la stessa videosorveglianza a sollecitare, seppure indirettamente, un passo avanti. Non è possibile sentirsi al sicuro solo perché in città c’è una telecamera in più: occorre interrogarsi sulle cause del male che la stessa telecamera documenta e, quindi, passando dalle analisi alle cure, occorre costruire percorsi di umanità con un’alleanza forte e leale tra diverse responsabilità culturali ed educative, comprese quelle dei media.
Altrimenti, nonostante il gran numero di telecamere, si scoprirebbe che la paura, la diffidenza, il sospetto continuano a viaggiare sui Taf, i treni ad alta frequentazione, in compagnia dell’occhio del “Grande Fratello”.
La società delle telecamere deve aprire e tenere aperto un altro occhio per vedere e per raccontare quelle tracce di umanità che indicano la strada per uscire dal buio, dalla paura.

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