Un altro sguardo

Foto di volti naturali e di volti artificiali

La foto del volto di un padre che con il figlio in braccio fugge da una città siriana ridotta in macerie, il dipinto di un volto di una donna nelle pagine dell’arte dedicate a Modigliani, l’immagine del volto di un calciatore dopo il goal della vittoria e, improvvisamente, la riproduzione del volto di Kodomoroid, un androide “made in Japan” che legge le notizie del telegiornale. Tutti sullo stesso numero di un giornale in questo mese di marzo 2017. Il volto di Kodomoroid è presentato alla mostra “Robots” che, allestita a Londra fino al 3 settembre, traccia lo sviluppo di 500 anni di tecnologia partendo da un cigno meccanico del ‘700 fino agli androidi di oggi che imitano, in quasi tutte le sembianze, l’essere umano. L’aspetto tecnologico della mostra è di indubbio interesse ma è soprattutto l’approccio filosofico che suscita domande, perplessità, attese. Il primo interrogativo è perché mai l’uomo avverte la necessità di realizzare meccanismi a sua immagine e che cosa questa decisione comporta per la sua identità, i suoi desideri, le sue paure. Ben Russel, curatore della mostra londinese, afferma: “Vogliamo stimolare la gente a pensare. Se questo accade abbiamo svolto il nostro compito”. Tutto sommato un nobile obiettivo anche guardando all’aiuto materiale che il robot può offrire alla persona in difficoltà oppure desiderosa di alleggerirsi di pesi e di fastidi. Di questo si è scritto e detto molto nell’intento di non estraniarsi dal dibattito tra intelligenza artificiale e intelligenza naturale. Ma quando ci si trova di fronte a un “neonato-robot” con cordone ombelicale elettronico le domande aumentano di quantità e di intensità. Qualcuno potrebbe volerlo come sostituto di un bambino? Forse è una domanda peregrina e da rimandare al mittente ma la mostra londinese la riaccende. Ci si trova in mezzo a quella che con termini inglesi si chiama “uncanny valley” cioè la valle perturbante, la valle dove l’Io biologico si misura con l’Io artificiale e, seguendo alcune narrazioni televisive, lo scopre simpatico, accattivante, amico. Sono però gli stessi studiosi di robotica, come Masahiro Mori, a mettere in guardia e a consigliare di non esagerare con la rappresentazione troppo realistica dei tratti umani perché così facendo si rischierebbe di ingannare l’uomo e la macchina. Le domande non si fermano e nell’attraversare questa “uncanny valley” costringe, nel turbinio delle emozioni, a interrogarsi sulla differenza tra la più perfetta macchina e il più imperfetto essere umano. Invitano a cercare presenza o assenza di tracce di umanità nello sguardo di volti che corrono sulle pagine di uno stesso giornale nel mese di marzo 2017.

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