Un brand chiaro, il prof. Amato: «Il bergamotto è reggino»

Pasquale Amato è professore di Storia dell’Europa contemporanea all’Università per stranieri di Reggio Calabria, nonché uno dei massimi esperti dello studio e della promozione dell’oro verde reggino: il bergamotto. Già, «reggino» e non calabrese: una delle battaglie sul prezioso agrume alla quale il docente universitario tiene di più. Fu lui, nel 1999, a presentare ricorso contro il ministero dell’Agricoltura, vincendolo: ottenne che la dicitura per il riconoscimento del marchio Dop fosse cambiata da «bergamotto di Calabria» a «bergamotto di Reggio Calabria».

Professore, cosa rende speciale il nostro bergamotto?

Il bergamotto non cresce solo qua, come l’annona, ma entrambe queste piante hanno caratteristiche qualitative superiori e crescono nella stessa area: quella che va da Scilla a Monasterace. Vi sono qualità del clima e del terreno eccezionali. Purtroppo, spesso non siamo in grado di tutelare queste eccellenze, facciamo perdere loro persino la specificità geografica. È inammissibile.

Ci può spiegare meglio?

Non è possibile che si presenti il prodotto come «bergamotto di Calabria» quando la zona in cui cresce e entro la quale è stato riconosciuto dall’Unione europea il marchio Dop ricade interamente nella provincia di Reggio Calabria. Tutti gli altri prodotti tipici vengono presentati col toponimo: nduja di Spilinga, cipolla di Tropea, pistacchio di Bronte. Perché il bergamotto diventa di Calabria? È una dimostrazione di un certo disamore che in alcuni ambienti c’è della nostra stessa realtà.

Qual è la differenza sostanziale tra il bergamotto di Reggio e tutti gli altri?

È ben sostanziale! Gli agrumi prodotti qui presentano oltre 350 composti chimici naturali che lo rendono unico per caratteristiche organolettiche e utilizzo. Quello impiantato altrove, persino nel resto della regione, presenta una complessità chimica decisamente inferiore: parliamo di circa 8 composti. La qualità del nostro bergamotto è eccezionale.

Questa carenza di «brandizzazione » che danni produce, secondo lei?

Ci sono gelatieri che utilizzano solo la dicitura «bergamotto». Omettendo la specificità geografica, si perde completamente l’identità del prodotto, si rinuncia a una promozione del territorio, si diluisce la penetrazione sul mercato. Ci facciamo male da soli, ci tagliamo le gambe.

Qual è il futuro?

Incrementare le colture dove sono state eliminate, aumentare la produzione in zone dove era stata abbandonata. Anche perché ha una resa economica di non poco conto. La natura ci ha donato questa particolare specificità. È inaccettabile che la nascondiamo e che non la valorizziamo.

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