Una tredicenne era "roba" dei rampolli del clan

Veniva “prelevata” a scuola e portata a casa del boss per essere a disposizione sessuale dei giovani del clan. Una quattordicenne, per due anni, ha vissuto un incubo tra l’omertà di quanti sapevano e facevano finta di non vedere. Sono 9 gli arresti dell’operazione “Ricatto”, di cui tre, seppur giovanissimi, già noti alle forze dell’ordine per associazione a delinquere di stampo mafioso. Accade a Melito Porto Salvo (RC) dove le indagini della Dda hanno sancito l’egemonia della cosca Iamonte. Se i vertici, i “padri”, sono finiti tutti in manette e sono in attesa di giudizio, il libertà c’è Giovanni, figlio di Remingo Iamonte ritenuto il reggente della cosca. Lo vedevano tutti nella cittadina insieme a quella giovane ragazza, in macchina o con lo scooter; ma ancor di più la vedevano alcuni giovani negli schermi dei loro smartphone, dove condividevano filmati e foto dei festini in cui la ragazza veniva coinvolta contro la sua volontà. Tutto nasce con un amore estivo tra la vittima ed uno degli arrestati, nel 2013. Lui molto più grande di lei, ben presto riuscirà a sopraffare l’acerba personalità della ragazza costretta ad assecondare indistintamente a tutte le richieste del ragazzo. La violenza subita diventa il “cappio” alla libertà della stessa ragazza, stretta nella morsa delle minacce di rivelare ai genitori quanto accaduto, soprattutto da quando quella relazione divenne perversa. Viene costretta, infatti, ad intrattenere rapporti sessuali di gruppo con gli amici del suo allora fidanzato. La vita della giovane è divenuta ormai impossibile: attacchi di ansia in una società che è per lei un muro di gomma. Tra i giovani carnefici c’è uno dei Iamonte. «La presenza di questa persona – ha spiegato il Procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho – insieme all’operatività del gruppo ha determinato quel silenzio, quella paura e quella soggezione che è tipica degli ambienti di ‘ndrangheta». Nessuno si azzarda a parlare tranne un ragazzo con il quale la giovane instaura una sana relazione sentimentale, riuscendo ad interrompere quella spirale di violenza e soprusi a cui era stata sottoposta per anni. Uno “sgarro” non tollerabile dal branco con la mentalità del clan: venne organizzata una spedizione punitiva con un pestaggio ai danni del ragazzo. Quella giovane donna era “cosa loro”. Fino all’intervento dei Carabinieri che hanno sollevato la ragazza dal giogo della violenza e dell’indifferenza di un mentalità di ‘ndrangheta che disconosce i valori della dignità umana.

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