Winner: «Costretto a pregare nel buio della notte»

Essere un giovane perseguitato per la propria fede. Sembra una storia fuori dal tempo, ma è accade ai giorni d’oggi. Winner è un testimone di tutto questo. Oggi sta svolgendo il suo Servizio Civile nella Caritas diocesana di Reggio Calabria– Bova. Lo abbiamo intervistato per farci spiegare cosa vuol dire essere limitato persino nel nominare il nome di Gesù o di farsi il segno di croce.

Raccontaci la tua storia, perché sei stato perseguitato?

Sono un ragazzo cattolico, quando ero in Nigeria ho sempre frequentato una scuola molto tollerante dove sedevamo accanto musulmani e cristiani. Ero libero di credere, facevo pure il ministrante. Dopo un attacco al mio paese, però sono stato venduto a una famiglia musulmana in Libia.

Fin quì tutto bene, poi cosa è cambiato?

Ho vissuto una brutta esperienza: avevo con me un rosario, lo hanno notato e lo hanno strappato. Così è iniziata la loro persecuzione rispetto alla mia fede: inveivano, parlavano male della mia religione, mi obbligavano a pregare come loro.

Eri diventato «ostaggio» della tua fede, non accettata da loro.

Col passare del tempo, le loro pressioni sono aumentate: mentre dormivo, infatti, gli uomini di quella famiglia entravano nella mia stanza aggredendomi anche fisicamente. Vogliono che io creda soltanto in Allah. Volevano impaurirmi e distruggere tutti i simboli che rappresentano la mia fede: ho sofferto molto, sono arrivati a bastonarmi per convincermi a cambiare religione.

In questo tempo la tua spiritualità ha vacillato?

Non potevo pregare liberamente, ma nonostante questo non ho perso mai la speranza che il mio Dio potesse aiutarmi: certo, mi mancava la possibilità di essere me stesso; mi era negato il diritto di credere in ciò che volevo. Per tantissimo tempo non potevo neanche pronunciare il nome di Gesù: pregavo nella mia coscienza, difficilmente potevo recitare il rosario o fare un segno di croce.

Cosa chiedevi a Dio in quei mesi?

Nel Vangelo, Gesù stesso parla dei perseguitati chiamandoli “beati”. Ho vissuto, nel mio piccolo, questa esperienza: questa esperienza mi ha fatto molto crescere. Seppure ero ristretto nel poter vivere “fisicamente” la mia fede, ho capito che ci fossero altri modi per continuare a credere. La persecuzione non è stata un ostacolo rispetto al mio rapporto con Dio.

Se dovessi rivolgerti ai tuoi coetanei, “liberi” di professare la propria religione, cosa diresti loro?

Riflettete sulla vostra vita e trovate un motivo per ringraziare Dio.

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