Ac diocesana, il ricordo affettuoso di don Lillo Spinelli

di Giovanna Canale – Don Lillo Spinelli era un prete di poche parole, era schivo e riservato, non prediligeva spazi pubblici ma preferiva «angoli » più intimi, più appartati, come la sua falegnameria o la cappellina della parrocchia, luoghi simbolo del suo profilo di prete: concreto, come il fare proprio di un falegname che con pazienza e cura sceglie il pezzo di legno (molte volte quello scartato da altri) da forgiare e da trasformare in opera d’arte, ed essenziale, come l’essere proprio di un uomo di fede, semplicemente e autenticamente innamorato di Cristo. Don Spinelli era il prete dell’azione e della preghiera. Lui non invitava ad agire, lui agiva.

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Batteva per primo strade spesso insolite: partiva con un’idea, con un’intuizione e non si fermava troppo ad analizzare i pro e i contro. Partiva e basta. E portava con sé chiunque si lasciasse contagiare dal suo intuito. Noi laici ci sentivamo forti al suo fianco, sentivamo che con lui le cose sarebbero comunque riuscite, perché la sua azione era sempre affidata a quella più grande dello Spirito. Da qui la preghiera. I ritiri spirituali vissuti con lui erano occasioni privilegiate in cui riuscivamo a sperimentare la misericordia di un Dio che aspettava proprio noi, lì, in quel momento, per accogliere tutto ciò che portavamo nel cuore. Don Lillo sceglieva accuratamente chi potesse predicare gli esercizi e poi stava accanto, discretamente, testimoniava con il suo silenzio e con il suo esserci, sempre, che la fede è semplicità, è servizio, è affidamento. E non mancava mai di avvicinarsi inaspettatamente con una battuta, un sorriso o una fotografia scattata senza preavviso, quando capiva che soli non saremmo riusciti a fare qual passo, che soli ci saremmo fermati. Era dolce nel suo farsi prossimo, era attento nel suo guardare da lontano. Ed era simpatico.

La simpatia, una virtù così bella e rara. Quante risate, quanti discorsi allegri, quanta leggerezza, di quella leggerezza pensosa, profonda, capace di far volare. Era sereno, ironico e positivo. Ci invitava spesso a “sdrammatizzare” (una parola a lui tanto cara), a ridimensionare i problemi, a semplificare. Ci aiutava a sciogliere le nostre riserve, a superare le nostre paure, perché era dotato di coraggio vero! Quello che non cerca palchi su cui esibirsi, che non aspetta che altri si uniscano, che non critica chi si dimostra spaventato. Il suo era il coraggio del prete innamorato, del prete e basta. Non aveva paura di dire la sua, mai. Ma soprattutto non aveva paura di uscire fuori dagli schemi, di ridefinire i confini di una pastorale che non poteva fossilizzarsi, presentarsi sempre uguale. Ed era creativo anche nel modo in cui cercava di spronare noi laici a sentirci tali, a riappropriarci del nostro ruolo, a comprenderlo fino in fondo. In sintesi. Preghiera, azione e coraggio (che implica sacrificio): le parole dell’Azione Cattolica, le parole di don Lillo Spinelli.

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