Senza antichi cliché, l’autrice disegna un arcipelago di madri forti e quotidianità anni Ottanta, distante dal folklore criminale
«Il giorno che pensai di rapirlo e ammazzarlo era un sabato di marzo, il mese pazzo. Me lo ricordo bene: era scirocco freddo, tempo maligno». Si apre così Col buio me la vedo io (Einaudi), il romanzo di Anna Mallamo — scrittrice strettese e giornalista, responsabile delle pagine di Cultura e Spettacoli della Gazzetta del Sud — vincitore del Premio letterario internazionale Mondello e finalista del premio Giuseppe Berto. In poche righe si delineano subito i caratteri essenziali del libro: l’atmosfera dominata dai venti e dai presagi, e la presenza della ’ndrangheta che però resta sullo sfondo, mettendo al centro i personaggi e le loro vite adolescenti in profonda trasformazione.

Protagonista è Lucia Carbone, sedicenne liceale che sequestra un compagno di classe, Rosario Cristallo — figlio di un boss della ’ndrangheta — e lo nasconde nello scantinato della nonna morta da pochi mesi. Con la voce di Lucia, Mallamo ci conduce in una Reggio segnata dal conflitto della prima guerra di ‘ndrangheta. In una città a più livelli — «città di sopra» e «città di sotto» — popolata da riti quotidiani e da matriarche che smentiscono i luoghi comuni, vengono messe in primo piano figure femminili complesse, dove lo Stretto è insieme paesaggio e confessione e il dialetto pulsa come memoria e arma. In questa intervista Anna Mallamo ci guida dentro il buio del suo romanzo, cos’è e come si scrive una città che non si lascia ridurre alla cronaca, e perché lo Stretto e il linguaggio popolare restano le chiavi del suo immaginario narrativo.
Il titolo Con il buio me la vedo io e il nome della protagonista, Lucia, aprono un dialogo luce– ombra. Che cos’è, per te, questo “buio” e come la narrazione lo attraversa fino a trasformarlo in luce? Tutto il romanzo è dominato dalla dialettica tra opposti, primi fra tutti buio e luce, nella tensione continua tra ciò che si vede — che è possibile, lecito vedere — e ciò che è nascosto o invisibile, come le forze oscure che dominano il territorio, come le “cose rotte” che la città seppellisce o rimuove, come la potenza del desiderio che agisce i corpi. Ma scopriremo che non sempre il buio acceca — anche la luce abbagliante può farlo — e che anche il Male può stare dove non ti aspetti. Il buio è ogni nostra parte negata o rimossa, che non smette di dominarci fino a quando non la affrontiamo.
La vicenda si svolge a Reggio all’indomani della prima guerra di ’ndrangheta, scenario che inevitabilmente condiziona i personaggi. Come ha tenuto quel conflitto sullo sfondo senza scivolare nella cronaca? Quale città voleva restituire attraverso i loro sguardi? Non mi interessa la cronaca, ma il suo riflesso nelle vite dei protagonisti, le loro strategie di sopravvivenza, individuali e collettive. M’interessava indagare su come una comunità possa convivere con la lacerazione continua della guerra di ‘ndrangheta: la vicenda di Lucia mi serve per questo. Il suo gesto estremo dentro il tessuto d’una vita normalissima. Il focus è su di lei, e la città è il corpo materno che la racchiude, il campo di forze in cui si muove, tra le colline e lo Stretto. Una città amatissima di cui pure non si tace alcuna ombra. Una città calviniana fatta di trincee, attraversamenti, confini, desideri, paure.
Lucia ricorre sovente al dialetto — lo usa, dice, «con schifo e prepotenza» — eppure affiora tra le pagine un lessico familiare. In una Calabria che a lungo si è affrancata da dialetto e lingue come il grecanico, che cosa racconta questa scelta? Siamo ancora prigionieri di uno stigma passato o il dialetto può diventare strumento per narrare usi, costumi e identità? Il dialetto è potentissimo. È la lingua delle emozioni, dei legami familiari, dell’identità profonda. Lucia non lo sa parlare — come me: io sono la prima generazione a cui il dialetto fu negato per sottrarsi al destino della subalternità e della povertà – ma ne avverte il potere, la bellezza. Per lei è “la lingua dei grandi”, che si può usare, come fanno loro, anche per colpire o nascondere. È, lei intuisce, l’accesso a un’altra parte del mondo. Oggi abbiamo una diversa consapevolezza del dialetto, della sua forza identitaria da proteggere.
Lo Stretto come soglia, punto di arrivo e di partenza: che relazione intesse Lucia con questo paesaggio-personaggio? E quanto quel legame trasferisce nel libro il suo rapporto personale con lo Stretto? Lo Stretto è il mio confine di confini, il mio maestro di sguardo, il mio interlocutore quotidiano. Come per chiunque abiti qui. Non è un fondale, un set: è parte delle nostre vite, del ponte umano che noi siamo tra le sponde, che tessiamo ogni giorno. Anche per Lucia è così. Nello Stretto stanno gli incanti e la paura, la Fata Morgana e la faglia assassina, tutti assieme. S’incontrano e si mescolano le acque di due mari, con tutto il repertorio di fenomeni bizzarri e unici. Ecco la lezione di tensione e mescolanza — miscitiamento — degli opposti che mi affascina, e ho cercato di mostrare, di raccontare.
PER APPROFONDIRE: Il libro della settimana a cura di Mimmo Nunnari: La scuola dei bambini schiavi di Ben Jelloun
“Città di sopra” e “città di sotto”: una città che corre in salita e una via Marina dove la vita è più facile. Tra riti e rituali, e figure femminili fuori dall’immaginario comune, che Sud voleva far emergere? Quali stereotipi intende rovesciare e quale nuovo immaginario propone? Odio gli stereotipi nella narrazione, e nella narrazione del Sud ancora di più. Nel mio piccolo, li combatto. Ho cercato di rovesciare tutte le attese, di portare all’attenzione soggetti invisibili nelle narrazioni correnti: una città calabrese degli anni Ottanta, le vite “normali”, le famiglie mediamente disfunzionali. E di raccontare d’un matriarcato potentissimo eppure consegnato al patriarcato: ho scelto gli anni 80 perché credo siano stati un punto di svolta, di trasformazione. Sì, persino qui le trasformazioni avvengono. Non siamo, ancora e sempre, nel piccolo borgo col pastore mafioso…













