Nel lavoro quotidiano a contatto con gli anziani emergono bisogni, fragilità, ma anche risorse spesso dimenticate. Valentina Labate, responsabile della Comunità Alloggio per Anziani Casa Ospitalità della Piccola Opera di Reggio Calabria, racconta la sua esperienza e offre uno sguardo autentico sul valore della cura, sull’importanza della relazione e sul posto che gli anziani meritano nella nostra comunità.
Nella sua esperienza a contatto con gli anziani, quali sono oggi i bisogni più profondi che emergono, oltre a quelli materiali?
Non è facile rispondere a questa domanda, perché è vero: quando pensiamo all’anziano, spesso lo identifichiamo come quella persona che ha bisogno di qualcosa: di essere accompagnato, di essere assistito, di essere guidato. Ed è vero, spesso è così, ma è anche altro. L’anziano ha bisogno di raccontare, di ricordare, di insegnare ciò che la vita, a sua volta, gli ha insegnato… ha bisogno di sentirsi parte di un qualcosa da cui, lentamente, si sente sempre più escluso.

Può provare a stare al passo con i tempi, a rincorrere la tecnologia, le nuove forme di comunicazione… ma col tempo, se lasciato solo, si stancherà e rinuncerà… ecco, per rispondere alla sua domanda, l’anziano ha bisogno di esserci per qualcuno e di sentirsi talmente prezioso da non lasciarsi andare.
La solitudine, soprattutto in età avanzata, può diventare un disagio silenzioso. In che modo la società, le famiglie e le istituzioni possono contrastarla?
Di getto le direi che la soluzione è semplice, basta non lasciare sole le persone. Ma non è solo questo. Vede, la solitudine non è solo lo stare da soli. Esiste un tipo di solitudine più profondo e che ti entra dentro e non ti lascia mai. Una solitudine che ti fa sentire da solo anche quando sei in mezzo alla gente. Una solitudine che è sicuramente una condizione, ma che diventa anche emozione e sentimento. Se solo avessimo più tempo sarebbe tutto diverso. Un tempo sano e reale, un tempo che sia come il Kairos degli antichi greci: senza cellulari, senza orologi, senza televisione.
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Noi siamo abituati al Chronos, qualcosa che è definito e in cui ci si mette un po’ di tutto: dalla lista della spesa alla telefonata con gli amici, all’organizzazione della vacanza; ma quel tempo che ho dedicato ai miei genitori, quanto è stato veramente per loro? A volte bastano le cose semplici per dimostrare l’affetto che si prova… a volte basta solo chiedere cosa si ha di bisogno per trovare le soluzioni. Facciamo progetti, Piani personalizzati, senza chiedere agli anziani di cosa hanno bisogno o senza chiedere loro aiuto nella soluzione di problemi. Gli anziani sono una grande risorsa, se solo riuscissimo a saperli coinvolgere: basta solo capire come. E chi dice che io devo fare un progetto per gli anziani? Posso semplicemente farlo con loro trasformandoli da problema a risorsa.
Accogliere un anziano non significa solo “ospitarlo”. Che valore assume, secondo lei, il concetto di cura nella terza età?
Partiamo dal presupposto che la cura non è assistenza. Aiutare qualcuno a lavarsi, a vestirsi, a mangiare: questa è assistenza. Ma chi si prende cura delle persone è colui che va oltre e si mette al suo fianco in un rapporto di reciprocità e asimmetria. Questo perché la relazione deve essere equilibrata e bilanciata, ma non allo stesso livello a causa della diversità dei ruoli. È così che la cura diventa affiancamento, promozione del benessere personale, supporto – anche a distanza – nella quotidianità, attraverso semplici gesti. È un modo di porsi diverso, basato sul rispetto anche dei tempi altrui, dei gusti, delle abitudini.

Non sempre è facile, soprattutto in un servizio residenziale dove si arriva con storie di vita molto diverse e dove ciascuno chiede la propria individualità. A volte è più semplice arrivare a compromessi, altre si “cede”, come in una normale famiglia. Certamente accogliere un anziano significa non solo accogliere la persona, ma anche la patologia, le difficoltà, il carattere, l’emotività e purtroppo, talvolta, anche la consapevolezza che, a volte, l’inserimento in comunità non è una scelta, ma una mancanza di alternative. L’importante è accogliere con il sorriso, sempre!
C’è una parola che torna spesso nel suo lavoro con gli anziani? Un gesto, un atteggiamento che fa davvero la differenza nella relazione con loro?
Se penso ad un modo di essere, dico senza dubbio essere gentili. Perché è qualcosa che implica tanto altro: rispetto, riconoscimento, dignità, attenzione, ascolto. La gentilezza è uno stile di vita. E poi c’è lo stare accanto. Personalmente non sempre ci riesco, non sempre è facile, ma ci sono dei momenti in cui il mio tempo si trasforma nel Kairos di cui parlavamo prima e stare accanto a uno dei miei anziani, anche senza parlare, diventa uno spazio inattaccabile che mi permette di creare dei legami così profondi e così empatici da essere unici.
Cosa dovrebbe cambiare, a livello culturale e sociale, per dare agli anziani il posto che meritano nella nostra comunità?
Il senso di appartenenza. Loro appartengono a questa comunità, l’hanno creata, ne hanno avuto cura e l’hanno costruita mattone dopo mattone, come noi stiamo costruendo una comunità per i nostri figli che è diversa dalla loro. Probabilmente non sarà migliore o peggiore ma, semplicemente diversa perché abbiamo degli strumenti diversi e delle esigenze diverse. Ma noi siamo ciò che loro hanno costruito. Non dobbiamo dimenticarlo. Per questo dovremmo cambiare il modo di considerarli e iniziare a pensare che siano risorse da cui apprendere, e dovremmo ricordare che queste risorse, purtroppo non sono eterne.













