Caso Cappato, scivolo verso l’eutanasia

Se il Parlamento non si esprimerà entro settembre, la Corte sistemerà la legge a suo modo

«Incostituzionalità prospettata »: è l’inedita figura giuridica coniata da Giorgio Lattanzi, presidente della Corte costituzionale, spiegando nei giorni scorsi a Roma la posizione della Consulta sul «caso Cappato» durante l’annuale relazione sulla giurisprudenza dei “giudici delle leggi”. In altre parole, la Corte ritiene che ci siano materie sulle quali la legge non garantisce tutele a nuove situazioni che si sono create (o che la sensibilità sociale percepirebbe in modo nuovo). E allora dice al Parlamento che se non provvede ci penserà il potere giudiziario a sistemare la legge a suo criterio. Una sorta di ultimatum, che nel caso del processo al leader radicale Marco Cappato accusato di aver agevolato il suicidio di Dj Fabo in un centro specializzato svizzero ha anche una data precisa: il 24 settembre 2019. Se entro quella data il Parlamento non avrà approvato una «regolamentazione delle condizioni e dei modi di esercizio del diritto a sottrarsi in modo definitivo alla terapia con l’aiuto materiale di terze persone » – così ha definito Lattanzi quella che nei fatti è una “morte on demand” – la Corte provvederà con i suoi strumenti: ovvero con la dichiarazione di incostituzionalità – pur parziale – «dell’articolo 580 del Codice penale, nella parte in cui incrimina chi agevola il suicidio del malato irreversibile e sofferente che, liberamente e consapevolmente, rifiuta cure mediche, necessarie alla sopravvivenza, contrarie al suo senso di dignità », sempre secondo le parole del presidente. Uno scivolo verso l’eutanasia. Eccoci al punto: il Parlamento viene spinto dalla Corte a riconoscere eccezioni al diritto alla vita, mai citato in Costituzione per il semplice motivo che mai i padri costituenti avrebbero immaginato che un giorno un’istituzione della Repubblica lo potesse mettere in discussione. Invece è qui che siamo arrivati, per effetto dell’irrompere sulla scena pubblica di un caso come quello del giovane milanese, particolarmente drammatico. Che però ci pare indichi altro rispetto a una “uscita di emergenza” giuridicamente attrezzata: il dovere dello Stato – dall’ultimo barelliere al presidente della Consulta – di non far sentire mai, mai, nessun cittadino nelle condizioni di voler staccare la spina.

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