Avvenire di Calabria

Per sei anni, l'arcivescovo eletto di Reggio Calabria-Bova è stato assistente generale dell'Ac calabrese

Don Fortunato Morrone e l’Azione cattolica: esperienza di Chiesa

L'amicizia con don Lillo Spinelli, senza mai definirsi un "prete dell'Ac", ma «pastore dell'insieme»

di Carmine Gelonese *

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Accolgo volentieri l’invito del direttore a scrivere qualcosa dei sei anni di servizio (2008-2014) di don Fortunato Morrone nell’Azione cattolica regionale; sono convinto infatti che i tratti personali e pastorali che il nuovo Vescovo ha rivelato in questo periodo, che ce lo hanno fatto conoscere e volere bene, li ritroveremo tutti in quel «camminare insieme dietro il Signore» che inizierà a breve con la nostra Chiesa diocesana.

Il prete sorridente che mi si presentò davanti una mattina del 2008 all’Istituto teologico di Catanzaro, dove ero andato per conoscerlo, mi disse infatti: «Non è che conosca benissimo l’AC di oggi, ma ne ho fatto esperienza anni fa come assistente regionale dei Giovani, con don Lillo Spinelli della tua Diocesi». E qui i fili si riannodano, pensai. Mi indicò semplicemente due attenzioni che avrebbe avuto: l’accompagnamento personale e associativo di laici e responsabili («sono assistente, no? e vi assisterò»), e la ripresa della pratica degli esercizi spirituali regionali. Questi ultimi, in particolare, sono stati il cuore della sua presenza, con cui ha nutrito, con la Parola e il dialogo personale, il cammino spirituale e la relazione umana con i rappresentanti diocesani, favorendone la comunione e l’amicizia che è rimasta con tanti nel tempo.

Contraddistinguendosi così non come “prete di AC”; che infatti non esiste, come a ben vedere non esiste o non dovrebbe esistere un prete di questo o quel gruppo o movimento: esiste il presbitero per la Chiesa, «pastore dell’insieme, affinché tutti trovino l’accoglienza che sono in diritto di attendere nella comunità e nell’Eucaristia che li riunisce» (Pastores Dabo Vobis 68).

Ho ripreso in questi giorni alcuni suoi interventi in delegazione regionale, ritrovando il richiamo alla radice spirituale come dimensione essenziale della Chiesa, dove si vede e si rafforza il discepolato e la compagnia tra laici e preti. Un rapporto innestato sul valore del sacerdozio comune, da riscoprire insieme e vivere nella concretezza, fuggendo dalle opposte tensioni di un laicato immaturo e di un presbiterato sacralizzato. In questa dinamica con don Fortunato ci siamo sempre sentiti “a casa”, grazie alla sua capacità di far vivere ogni momento, solenne o informale, come parte di quella gioia che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Evangeli gaudium 1, non a caso richiamato nel suo messaggio di saluto alla Diocesi). In quest’ottica si legge anche la relazione costante con gli assistenti diocesani, che ha avuto cura di incontrare almeno una volta l’anno per momenti formativi e di convivialità, invitando alla partecipazione alle iniziative nazionali.

Il Concilio che don Fortunato respira e pratica ha poi un principio ancora più antico, che ho imparato personalmente a conoscere attraverso gli scritti di John Henry Newman, da poco canonizzato, di cui il nuovo Vescovo è tra i principali studiosi; una figura così “laterale”, innovatore e fuori dagli schemi, un anglicano convertito che anticipò il Vaticano II, tra l’altro, nell’intuizione della necessità della formazione di un laicato solido e incarnato. Così Newman scriveva loro intorno alla metà del 1800: «desidero che allarghiate le vostre conoscenze, coltiviate la ragione, siate in grado di percepire il rapporto tra verità e verità, che impariate a vedere le cose come stanno, come la fede e la ragione si relazionino fra di loro, quali siano i fondamenti e i principi del cattolicesimo. I laici sono stati in ogni tempo la misura dello spirito cattolico».

Ci sarebbe molto altro, ma sarà la comunità diocesana a scoprirlo a breve.

* Presidente Consulta aggregazioni laicali Reggio Calabria - Bova

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