Polonia e Germania, così i vescovi favorirono la riconciliazione dopo la Seconda guerra mondiale

Stretta di mano tra cardinali

AI Overview: «Perdoniamo e chiediamo perdono». Nel 1965, a vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, i vescovi polacchi rivolsero ai confratelli tedeschi un messaggio che segnò il cammino di riconciliazione tra i due popoli. Un gesto maturato tra le ferite dell’occupazione nazista e le divisioni della Guerra fredda, che suscitò resistenze e aprì nuove possibilità di dialogo. A ricostruire quel percorso, dal 1945 al 1972, è Łukasz Stefan Bankowski nel volume Tra conflitto e perdono. Ne parliamo con il professor Jan Mikrut, direttore della collana Storia della Chiesa in Europa centro-orientale, di cui il libro costituisce il decimo volume. Attraverso incontri, scambi epistolari e iniziative di solidarietà, emerge il contributo concreto della Chiesa al riavvicinamento tra Polonia e Germania. Una storia che interpella anche le comunità cristiane di oggi sul compito di custodire la memoria delle vittime ed educare alla pace.

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Professore, perché tornare oggi sulla riconciliazione tra Polonia e Germania?

L’analisi del processo di riconciliazione tra la Polonia e la Germania riveste un profondo significato sotto molti aspetti – storico, etico e geopolitico – e dimostra che anche le ferite dolorose e profonde lasciate dalla guerra possono essere sanate attraverso il dialogo e il perdono, costituendo una preziosa fonte di ispirazione per i leader politici e le comunità coinvolte in conflitti armati nel mondo contemporaneo. 

La storia di questo processo sottolinea il ruolo decisivo svolto dalle istituzioni religiose e da figure quali i cardinali Bolesław Kominek, Stefan Wyszyński, Julius Döpfner e, almeno in parte, Agostino Casaroli. L’iniziativa dell’episcopato ha dimostrato come soggetti non statali abbiano potuto superare le rigide posizioni ideologiche del periodo della Guerra Fredda e creare uno spazio di intesa laddove la politica ufficiale si era arenata in un vicolo cieco.

Il ricordo delle sofferenze subite non deve necessariamente alimentare rancori o antagonismi, ma può diventare il fondamento della responsabilità condivisa e della stabilità delle relazioni internazionali. L’analisi delle tappe di questo percorso, fino alla bolla papale del 1972, consente di esaminare in dettaglio i meccanismi della graduale costruzione della fiducia reciproca tra popoli confinanti.

Quale contributo offre il libro di Bankowski alla conoscenza di questo percorso? 

Il libro di Łukasz Stefan Bankowski, Tra conflitto e perdono, offre un contributo storiografico e scientifico di primaria importanza alla conoscenza del percorso di riconciliazione polacco-tedesco.

Il volume colma una lacuna nella storiografia. È infatti la prima monografia che analizza in modo completo l’intero arco temporale che va dalle conferenze di Potsdam e dalle prime decisioni del 1945 fino alla promulgazione della bolla Episcoporum Poloniae coetus di Paolo VI del 28 giugno 1972, mettendo in luce il legame inscindibile tra la stabilizzazione delle strutture diocesane nei Territori Occidentali e il dialogo di pace tra i due popoli.

L’autore è stato tra i primissimi studiosi ad analizzare la documentazione relativa al pontificato di Pio XII presso l’Archivio Apostolico Vaticano e l’Archivio della Segreteria di Stato, aperti da papa Francesco nel marzo 2020. Su un totale di 925 note a piè di pagina, quasi un terzo fa riferimento a fonti d’archivio inedite, raccolte attraverso indagini condotte in 12 archivi tra Vaticano, Italia, Polonia e Germania.

Sulla base dei documenti vaticani, il testo offre una risposta al dibattito storiografico circa la legittimità dell’istituzione delle Amministrazioni Apostoliche nei Territori Occidentali nel 1945, dimostrando che il primate Hlond agì nell’ambito delle specialissimae facultates conferitegli dalla Santa Sede senza oltrepassare i propri poteri.

L’indagine confuta la tradizionale lettura che qualificava la risposta dei vescovi tedeschi alla celebre Lettera dei vescovi polacchi come «fredda» o improvvisata. Attraverso i progetti di risposta conservati nell’archivio di Görlitz e i documenti di Colonia, l’autore dimostra che l’episcopato tedesco promosse in Germania ampie iniziative di preghiera e celebrazioni per il Millennio del Battesimo della Polonia nel 1966, finora pressoché sconosciute dalla storiografia.

Attraverso materiale epistolare inedito, il libro evidenzia le complesse dinamiche interne alla società e alla Chiesa della Germania Ovest, mostrando le forti critiche e le pressioni esercitate dalle organizzazioni degli espulsi (Bund der Vertriebenen) nei confronti dei vescovi tedeschi per la loro collaborazione con l’episcopato polacco.

Applicando un rigido metodo comparativo tra le prospettive polacca, tedesca e vaticana, l’autore mantiene una maturità scientifica. Pur evidenziando le ferite subite dalla Polonia durante l’occupazione nazista, esamina criticamente anche i condizionamenti ideologici, le manovre propagandistiche del regime comunista (PZPR) e le tensioni interne alla gerarchia ecclesiastica.

Nel 1965 i vescovi polacchi scrissero ai vescovi tedeschi «Perdoniamo e chiediamo perdono».

Questa celebre frase, contenuta nella lettera del 18 novembre 1965 inviata dall’episcopato polacco ai vescovi tedeschi durante la quarta sessione del Concilio Vaticano II, costituisce uno dei gesti più coraggiosi della diplomazia morale del Novecento.

L’idea del Messaggio fu ideata e redatta dall’arcivescovo di Breslavia Bolesław Kominek e sostenuta dal Primate di Polonia, il cardinale Stefan Wyszyński. Il documento fu infine sottoscritto da 36 vescovi polacchi presenti a Roma. Un rivolto ai vescovi tedeschi a partecipare alle celebrazioni per il Millennio del Battesimo della Polonia (966-1966). Gli autori colsero l’opportunità per avviare un dialogo sulla complessa eredità della Seconda guerra mondiale, le atrocità del nazionalsocialismo e la questione dei nuovi confini occidentali lungo la linea Oder-Neisse.

La formula in lingua polacca przebaczamy i prosimy o przebaczenie (perdoniamo e chiediamo perdono) introdusse il concetto di reciprocità del perdono e di responsabilità condivisa, superando la logica del risentimento per costruire le basi della pace europea.

In Polonia, il governo comunista scatenò un’intensa campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Primate Wyszyński, accusando i presuli di tradimento della patria e ponendo polemicamente la domanda: Come si può chiedere perdono ai tedeschi dopo tutto quello che hanno fatto ad Auschwitz?

Nel dicembre 1965, l’episcopato tedesco rispose accogliendo la mano tesa, ma con un testo giudicato storicamente prudente e cauto. I vescovi tedeschi evitarono un impegno esplicito sul riconoscimento definitivo dei confini territoriali per via del delicato clima politico interno legato alle associazioni degli espulsi.

Nonostante le incomprensioni iniziali, questo passo riuscì a superare i blocchi ideologici della Guerra fredda, ponendo le basi culturali e spirituali per la successiva distensione e per i trattati di normalizzazione tra le due nazioni.

La Chiesa contribuì concretamente al dialogo? 

La Chiesa cattolica diede un contributo concreto e determinante al dialogo, operando come un vero e proprio soggetto di diplomazia morale in un periodo in cui i canali politici e diplomatici ufficiali erano completamente bloccati dalla Guerra fredda.

I documenti d’archivio analizzati nel volume di Łukasz Stefan Bankowski dimostrano che questo contributo non si limitò ad affermazioni di principio, ma si tradusse in azioni concrete:

L’iniziativa storica del Messaggio del 1965: Il gesto dell’episcopato polacco, ideato dall’arcivescovo Bolesław Kominek e sostenuto dal cardinale Stefan Wyszyński, con la celebre formula «perdoniamo e chiediamo perdono», creò la prima vera breccia nel clima di sfiducia e risentimento tra le due nazioni.

Le sessioni conciliari a Roma offrirono l’opportunità ai vescovi polacchi e tedeschi (in particolare ai cardinali Wyszyński, Kominek, Döpfner e Frings) di incontrarsi di persona, superare i pregiudizi e avviare colloqui riservati.

Quali furono i desti concreti di solidarietà e cooperazione?

I due episcopati presentarono una richiesta congiunta al Vaticano per la beatificazione del martire di Auschwitz, trasformando la sua figura in un simbolo di riconciliazione che andava oltre i confini nazionali.

Quando le autorità comuniste impedirono l’invio di fondi per i fedeli polacchi, il cardinale Döpfner e l’episcopato tedesco coordinarono il trasferimento di 50.000 marchi tedeschi per consentire a 12.500 pellegrini polacchi di partecipare alla beatificazione di Kolbe a Roma.

Il cardinale Döpfner pronunciò nella cattedrale di Berlino un’omelia in cui invitò i tedeschi al riconoscimento delle colpe naziste e al ripudio del desiderio di vendetta, ponendo le basi culturali per la svolta dei primi anni ’60.

Quando il regime comunista polacco negò il visto d’ingresso ai vescovi tedeschi per le celebrazioni del Millennio a Częstochowa, l’episcopato tedesco rispose organizzando in oltre mille parrocchie della Germania giornate di preghiera e conferenze sulla cultura e storia polacca.

I fitti scambi epistolari tra Wyszyński e Döpfner e le missioni diplomatiche vaticane (guidate da mons. Agostino Casaroli) accompagnarono le trattative politiche per il Trattato di Varsavia del 1970. Questo percorso culminò nel 1972 con la bolla Episcoporum Poloniae coetus di Paolo VI, che eresse le diocesi polacche stabili nei Territori Occidentali, assicurando al contempo la cura pastorale per le minoranze e per i tedeschi espulsi tramite l’istituzione dell’Amministrazione Apostolica di Görlitz e la nomina di visitatori apostolici.

Il libro di Bankowski mostra bene come la Chiesa sia riuscita a preparare il terreno etico e sociale indispensabile affinché i governi potessero poi giungere alla firma dei trattati di normalizzazione e alla stabilizzazione dei confini europei.

Qual è il progetto della collana “Storia della Chiesa in Europa centro-orientale”?

La collana Storia della Chiesa in Europa centro-orientale nasce con l’obiettivo di offrire un’indagine storiografica organica e approfondita sulla presenza, le traversie e il ruolo della Chiesa cattolica nell’Europa centrale, orientale e nell’Unione Sovietica lungo il XX secolo.

Il progetto scientifico della collana si articola attorno a diverse direttrici fondamentali: l’analisi storica di come la Chiesa e i fedeli abbiano affrontato la pressione e le persecuzioni da parte del Nazionalsocialismo (1933-1945) e dei regimi comunisti nel blocco sovietico. I testimoni della fede e la memoria del martirio: la documentazione delle esperienze umane, personali e collettive, delle vittime dei regimi totalitari e dei «testimoni della fede». Diplomazia vaticana e relazioni Stato-Chiesa: lo studio dell’azione della Santa Sede, dei rapporti tra episcopati nazionali e governi comunisti, e dell’impatto dei singoli pontificati (con un’attenzione particolare al ruolo di Giovanni Paolo II) nella storia dell’Europa centro-orientale. Diplomazia morale, pace e riconciliazione: l’approfondimento dei processi di dialogo, di distensione e di superamento dei conflitti etnici e nazionali del dopoguerra, come il percorso di riavvicinamento polacco-tedesco

Quale ruolo possono svolgere le comunità cristiane nell’educazione alla pace e nella trasmissione della memoria?

All’interno del percorso storico e storiografico descritto da Łukasz Stefan Bankowski, le comunità cristiane svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione alla pace e nella trasmissione della memoria, agendo sia sul piano della formazione individuale delle coscienze sia su quello delle relazioni sociali e internazionali:

Le comunità ecclesiali lavorano per purificare le coscienze dal risentimento, dall’odio e dal desiderio di vendetta ereditati dalle atrocità belliche. Un esempio centrale è rappresentato dal programma della Grande Novena (1957-1966) in Polonia, dove l’episcopato dedicò interi percorsi di catechesi e preghiera al tema dell’amore e della giustizia sociale, preparando la popolazione alla concordia e al perdono reciproco.

Anziché utilizzare la memoria delle sofferenze subite (deportazioni, perdite territoriali, massacri) la prospettiva cristiana promuove una rilettura evangelica del passato. Il ricordo dei martiri come padre Massimiliano Kolbe, per la cui beatificazione i vescovi polacchi e tedeschi presentarono una richiesta congiunta viene trasformato in un simbolo di riconciliazione che supera i confini e le rivalità nazionali.

Le comunità e le gerarchie religiose possono operare come soggetti non statali capaci di superare le rigidità ideologiche e i blocchi politici della Guerra fredda, introducendo nel dibattito pubblico concetti come la reciprocità del perdono e la responsabilità condivisa. 

L’iniziativa del Messaggio del 1965 (perdoniamo e chiediamo perdono) dimostra come la memoria storica possa essere rielaborata per porre le premesse etiche di un nuovo ordine pacifico.

Nelle fasi post-belliche segnate da migrazioni forzate e sradicamento culturale, la presenza capillare delle parrocchie e delle strutture d’aiuto (come la Caritas) offre un riferimento spirituale e materiale indispensabile. La presenza dei sacerdoti e la continuità della vita liturgica aiutano le popolazioni sradicate a ricostruire legami comunitari e a favorire una convivenza pacifica.

L’educazione alla pace si concretizza in incontri di preghiera, scambi accademici, conferenze e catechesi volte a far conoscere la storia e la cultura dei popoli vicini. 

Nel 1966, ad esempio, le oltre mille parrocchie tedesche che organizzarono giornate di preghiera e approfondimento dedicate alla Polonia contribuirono a formare nei fedeli un clima di fraternità ed empatia verso i vicini orientali.

In fotografia la stretta di mano tra i cardinali Stefan Wyszyński e Julius Döpfner, l’incontro avvenne in Vaticano nel 1971

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