Don Iacopino: «Basta una telefonata con le persone fragili»

Lo intercettiamo appena finito un “giro” tra i reparti.

Don Stefano Iacopino, cappellano del Grande ospedale metropolitano (Gom) di Reggio Calabria, è così. Sempre in movimento e, spesso, di poche parole. Lo risentiamo dopo poco tempo (qualche settimana fa ci eravamo confrontati sugli effetti del vaccino, ndr) e stavolta parliamo della Giornata del Malato.

«Sono un po’ amareggiato» confida don Iacopino spiegando come «le restrizioni ci obbligano a vivere questo momento in tono minore». La comunità ospedaliera, in questi mesi, è stata provata: l’onda d’urto del coronavirus è stata “contenuta” da turni massacranti e dalla valorizzazione delle professionalità in corsia. D’altro canto, «c’è stato un pauroso vuoto di umanità» dice don Iacopino.

Come? «Vedere tutti quei pazienti da soli, lontani dal conforto dei loro parenti, alla ricerca costante di sguardi amorevoli ci ha fatto male» prosegue il cappellano del Gom che racconta un aneddoto: «C’è stato chi, impaurito dal Covid, ha chiesto di essere ricoverato perché era da solo in casa. Non aveva considerato la grande solitudine di un reparto chiuso al mondo esterno».

Lui e i suoi volontari, capitanati da suor Piera, non hanno mai fatto mancare l’affetto e la preghiera. Ma don Iacopino riflettendosul valore della Giornata del Malato specialmente in un tempo così delicato come quello che stiamo vivendo – si rivolge a chi è fuori dall’ospedale.

«Non facciamo mancare la nostra vicinanza a chi sta male. Comprendo che il coronavirus incute timore e le limitazioni impediscono tante forme di incontro. Ma, a volte, basta una telefonata per dire: “Io ci sono” oppure “Sono disponibile per andare a fare la spesa o ritirare le medicine in farmacia”». Una pastorale della Compagnia, rispolverando un vecchio slogan degli anni ‘90.

Quel senso della comunità «della porta accanto» che dovrebbe caratterizzare i fedeli che vivono la dimensione parrocchiale. «Spesso chi contrae il Covid-19 vive un isolamento assoluto, invece alzare la cornetta e scambiare quattro chiacchiere può essere il miglior vaccino contro la solitudine».

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