«Lavorare in rete con enti locali, banche di credito cooperativo, ma anche fondazioni e cooperative rappresenta una strategia efficace per ricostruire economie comunitarie»
«La microfinanza nasce come risposta all’esclusione finanziaria: quando persone e piccole imprese non riescono ad accedere al credito nel sistema bancario tradizionale. In Italia il fenomeno riguarda circa il 25% della popolazione, un dato per nulla secondario». Spiega Giampietro Pizzo, presidente della Rete Italiana di Microfinanza (Ritmi).

Ma l’esclusione finanziaria è un fenomeno che non riguarda solo le persone: «colpisce intere comunità e territori, soprattutto le aree interne, che soffrono isolamento, scarsa infrastrutturazione e difficoltà di accesso sia ai servizi materiali che a quelli digitali», prosegue il presidente di Ritmi. Tra questi si inserisce in particolare la desertificazione bancaria – chiusura di sportelli e riduzione degli Atm – che ha aggravato la situazione. «Le banche si sono concentrate nei poli urbani e hanno puntato sulla digitalizzazione.
Purtroppo molte aree interne non dispongono di connessioni adeguate e una parte della popolazione (anziani e fragili) resta esclusa. Senza presenza fisica delle istituzioni finanziarie, il territorio perde capacità di investimento e sviluppo». Inoltre, molte aree interne generano risparmio che però viene impiegato altrove, penalizzando ulteriormente i territori che lo producono. Questa la realtà che le aree interne si trovano a dover affrontare. Ed ecco che la microfinanza può ricoprire un ruolo molto importante a sostenere e proteggere questi territori.
«Contribuire migliorando l’inclusione finanziaria grazie alla prossimità, alla conoscenza diretta delle persone e alla valorizzazione del capitale sociale: comunità coese hanno minor rischio di default. Questo è il valore aggiunto che porta la microfinanza ai territori e ai piccoli borghi», aggiunge Giampietro Pizzo. La microfinanza può sostenere microimprese e cooperative locali, spesso formate da giovani e donne, che hanno forte radicamento territoriale ma scarsi strumenti finanziari. «Lavorare in rete con enti locali, banche di credito cooperativo, ma anche fondazioni e cooperative rappresenta una strategia efficace per ricostruire economie comunitarie».
Il presidente di Ritmi sottolinea che «sono fondamentali anche i servizi non finanziari: assistenza tecnica, accompagnamento, formazione, educazione finanziaria, collaborazione con università e centri di ricerca. È così che si crea vera finanza inclusiva». Casi reali confermano l’efficacia della microfinanza nel sostenere le aree interne: «Per esempio, in Sardegna, dove si stanno sviluppando azioni in collaborazione con l’Unesco per valorizzare il patrimonio culturale attraverso cooperative locali.
A Matera in Basilicata si assiste al ritorno di giovani – che avevano deciso di andare a studiare o lavorare altrove – che riportano nel loro territorio di origine la loro esperienza e le loro competenze. In entrambi i casi si tratta di iniziative che uniscono cultura, innovazione e territorio». Per funzionare, progetti del genere devono unire risorse private e pubbliche come, per esempio, i fondi europei. Il presidente Giampietro Pizzo pone l’evidenza anche sul fatto che «il tema è anche macroeconomico: con l’export in rallentamento, l’Italia deve ricostruire una domanda interna solida, e ciò è possibile solo valorizzando le aree oggi considerate periferiche, soprattutto nel Mezzogiorno».
Infine, c’è anche un’altra questione che frena lo sviluppo delle aree interne ed è quella della lotta all’usura, strettamente legata all’esclusione dal credito. «L’usura non consiste solo in tassi esorbitanti: l’obiettivo dell’usuraio è spesso appropriarsi dell’impresa o del patrimonio, ponendo l’imprenditore in uno stato di dipendenza e ricatto. La situazione peggiora dove la prossimità bancaria è sparita e proliferano crediti facili via telefono o app, che generano sovraindebitamento.
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Esistono strumenti d’aiuto come il Fondo anti-usura del Ministero dell’Interno, ma manca una reale rete di collaborazione locale tra istituzioni e comunità. Costruire questa rete significa creare legalità, sviluppo e protezione per imprese e territori fragili», conclude il presidente di Ritmi.













