I funerali del piccolo Domenico e il coraggio del vescovo di Nola, Francesco Marino: ribadire l’importanza della donazione degli organi nel giorno più difficile per farlo

Mons Francesco Marino

Nella cattedrale di Nola gremita per l’ultimo saluto al bambino morto dopo il trapianto fallito al Monaldi, il vescovo Marino ha fatto ciò che in pochi avrebbero osato: chiedere di non smettere di donare gli organi. Un appello che ha attraversato il dolore senza aggirarlo, e che merita di essere accolto.

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Il rispetto per il dolore, la rabbia della famiglia e della gente

Che la vicenda del cuore danneggiato dal ghiaccio secco durante il trasporto da Bolzano a Napoli venga usata, più o meno consapevolmente, per alimentare una diffidenza nei confronti della donazione degli organi, in Italia non ce lo possiamo permettere. Le liste d’attesa sono lunghe, i donatori pochi, e ogni storia che adombra la fiducia nel sistema dei trapianti ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Il vescovo di Nola, Francesco Marino, lo ha capito e ieri pomeriggio, nella cattedrale gremita per i funerali del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto all’ospedale Monaldi, ha fatto la cosa più coraggiosa che potesse fare: ha parlato di donazione degli organi. Siamo tutti d’accordo, è oggettivo che non fosse il momento più facile per farlo. La piazza era attraversata da uno striscione che chiedeva giustizia, la Procura di Napoli indaga sette persone per omicidio colposo, due medici dell’équipe sono stati sospesi dal servizio. Il Paese intero ha seguito per settimane l’agonia di quel bambino in coma farmacologico, e il sentimento prevalente, comprensibile, è la rabbia. In un clima così, dire pubblicamente che la donazione degli organi resta un valore avrebbe potuto suonare inopportuno. Ma il vescovo Marino ha giudicato che il silenzio sarebbe stato peggio. Lo ha fatto, va detto, con intelligenza pastorale. Non ha aperto con la donazione, non l’ha trasformata nel tema centrale dell’omelia. Ha prima riconosciuto il dolore, lo ha nominato senza pudori, ha detto ai genitori Antonio e Patrizia che «il vostro bambino è diventato un po’ figlio di tutti noi» e che «anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e di papà, si è spezzato nel dolore di questa assurda tragedia». Ha accolto la rabbia dei presenti ammettendo che «i sentimenti umani che si agitano in questo momento sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo».

Il coraggio di ricordare la madre del piccolo donatore

Solo dopo aver attraversato tutto questo, dopo aver distinto con chiarezza tra il diritto alla giustizia e la tentazione del giustizialismo, il vescovo è arrivato al punto.

E il punto era una madre di Bolzano.

Il vescovo Marino ha avuto il merito di portare dentro la cattedrale di Nola una figura che il racconto mediatico aveva sin da subito messo in ombra: la madre di Moritz, il bambino donatore. L’ha fatto con una frase che restituisce alla vicenda una profondità altrimenti perduta: «In mezzo a noi sentiamo vicina anche l’altra madre che, perse inizialmente le proprie speranze, aveva voluto generosamente donare il cuore del proprio figlio Moritz con il desiderio di farlo battere ancora in un’altra vita; anche lei piange con noi e soffre due volte in più». Due volte in più: perché ha perso un figlio e perché il gesto con cui ha cercato di dare un senso a quella perdita è stato vanificato da errori che non le appartengono. Nominare questa donna significa ricordare a tutti che all’origine della vicenda dolorosa c’è comunque un atto di generosità, non di negligenza. La negligenza è venuta dopo, nel trasporto, nelle procedure, in tutto ciò che l’inchiesta dovrà chiarire.

Ma il gesto fondante, quello da cui tutto è partito, è un atto d’amore.

È su questa base che il vescovo ha costruito il suo messaggio. Ha detto che la storia di Domenico «ci racconta la generosità di genitori che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità», e ha chiesto esplicitamente di incoraggiare la donazione degli organi «come gesto di grande amore e generosità». Poi ha aggiunto un pensiero che merita di essere focalizzato, perché disegna un equilibrio raro tra la denuncia e la fiducia: «Continuiamo a credere nella buona medicina, nella formazione scientifica ed etica e non permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell’alleanza fiduciaria tra medico e paziente che è un valore necessario». Cinque parole, in quella frase, pesano più delle altre: «che pur ci sono stati». Il vescovo non ha minimizzato, ha semplicemente chiesto che l’errore di alcuni non diventi l’alibi per rifiutare un sistema che salva migliaia di vite ogni anno.

L’alleanza tra medici e pazienti supera sempre l’errore umano

C’è tanto da imparare anche nel modo in cui monsignor Marino ha parlato della medicina. Ha ricordato che gli ospedali italiani «sono delle eccellenze sanitarie», ma ha subito aggiunto che «questa dolorosa vicenda deve insegnarci l’umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti». Oltre il caso specifico, questo pensiero tocca una questione culturale più ampia: il rapporto tra competenza tecnica e consapevolezza del limite. «I miracoli li fa solo il Signore», ha detto, «noi siamo fragili e quando ci sentiamo troppo sicuri di noi stessi diventiamo fallaci». Non serviva essere credenti, ieri, per avvertire la verità (oserei dire perfino laica) di queste parole.

La mamma di Domenico, la signora Patrizia, nel suo intervento in chiesa ha detto una cosa che va nella stessa direzione del vescovo Francesco Marino. Rivolgendosi alla direttrice generale del Monaldi ha chiesto che a pagare siano «solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». È una distinzione elementare, eppure in un clima di emozione collettiva rischiava di essere dimenticata.

L’inchiesta e la difficile battaglia per la fiducia

Nei prossimi mesi i periti avranno centoventi giorni per ricostruire cosa è accaduto tra la sala operatoria di Bolzano e quella di Napoli, tra quel contenitore di plastica con il ghiaccio secco e il torace aperto di un bambino di due anni. La giustizia farà il suo corso, come deve. Ma accanto alla giustizia penale c’è un’altra partita che si gioca adesso, nelle settimane che vengono, ed è quella della fiducia. Ogni volta che un genitore italiano leggerà di Domenico Caliendo e penserà che forse, in fondo, sia meglio non firmare quel consenso alla donazione, quel bambino sarà morto un’altra volta. Il vescovo Marino, ieri a Nola, ha provato a impedire che questo accada, ricordando che in questa storia ci sono due madri che hanno amato i propri figli fino in fondo, e che nessun errore umano può cancellare la nobiltà di quel doppio amore. Se il suo appello verrà ascoltato, sarà forse il modo migliore per onorare la memoria del piccolo Domenico.

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