Il momento del Battesimo di Gesù rappresenta la consacrazione di una missione che non nasce dal potere, ma dalla consegna totale alla volontà del Padre. In quella depressione geografica che è la valle del Giordano, dove la terra sembra quasi implodere sotto il livello del mare, la fede ha trovato il suo punto di risalita più alto. Qui, il gesto di Cristo che si sottomette al rito di Giovanni non è una semplice formalità, ma l’invito a “lasciare fare” alla grazia, smettendo di opporre la resistenza del controllo umano alla libertà dello Spirito. In questo lembo di terra, il segno della colomba e la voce dal cielo definiscono l’identità profonda di ogni credente: essere figli amati, prima ancora di essere chiamati a operare nel mondo.
Un cammino tra archeologia e spiritualità nel deserto
Più di trent’anni fa, con padre Michele Piccirillo, giovane discepolo, scendevo dal Nebo verso il Giordano. Un cammino quasi paradossale: attraversati i campi minati, ci avvicinavamo a un luogo santo come si entra in una ferita. Un sito antico, “profanato” da un conflitto recente, gettato là dove la terra sprofonda, in una delle quote più basse del pianeta. Eppure lì – quasi schiacciata – la fede continuava a custodire un inizio.
Siamo a Betania oltre il Giordano, il luogo del Battesimo di Gesù; qui l’archeologia racconta un’antichissima frequentazione di pellegrini che non hanno smesso di tornare a quell’acqua. Poco distante la tradizione indica il luogo dell’ascesa di Elia, come a dire che Dio sa aprire passaggi dove l’uomo alza barricate. I confini sono nostri, i varchi sono di Dio.

La giustizia di Dio e la grazia del consegnarsi
Dentro questo scenario risuonano le parole di Gesù a Giovanni: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). È una frase disarmante, non è un ordine duro: è una consegna, quasi una supplica. Gesù chiede di lasciare fare. E Giovanni “lo lasciò fare”. In quel piccolo passaggio si apre una spiritualità piena: la grazia del Battesimo come disponibilità a non trattenere. Il greco è essenziale: ἄφες, “allenta la presa”. Non è rassegnazione, ma fiducia attiva, scegliere di non irrigidirsi, permettere a Dio di compiere ciò che imprigioneremmo nel nostro controllo. La “giustizia” di cui parla Gesù non nasce dalla forza di chi può, ma dall’adesione di chi si consegna: non si chiacchiera, si adempie. Le scelte le facciamo, sì, ma la vita – quella vera – si adempie, quando lasciamo fare alla grazia. La vita è compimento!
Il segno della colomba: una pace oltre la catastrofe
E poi c’è il segno: una colomba (Mt 3,16). Oggi il Giordano può apparire un fiume timido, quasi un filo d’acqua; eppure porta l’eco più grande del diluvio (Gen 8). La colomba, nella Scrittura, è il contrario della catastrofe: torna con il ramoscello, dice che la tempesta non ha l’ultima parola, annuncia una pace possibile anche quando la terra resta fangosa.
Infine, la voce dal cielo. Non dice “fai”, ma “sei”: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Il Battesimo consegna un’identità prima delle prestazioni, una parola prima dei risultati. Diventiamo figli nel Figlio, amati prima di dimostrare qualcosa. È una frase da custodire come una piccola riserva d’acqua nel deserto, nell’abisso. Perché ci sono giorni in cui ci sembra di abitare “in basso”, sotto il livello del mare: è la quota interiore della solitudine, il senso di fallimento, la fame di pace che non trova casa, l’affetto mancato, mancante e tradito. Proprio lì, dove tutto pare schiacciare, la voce rialza: Sei mio Figlio, lascia fare!
Dal sogno alla realtà di un’acqua che unisce
Forse per questo Gesù tornerà ancora in quei luoghi nei passaggi duri del suo cammino: come per rimettersi sotto la voce, per ricordare che l’amore del Padre non dipende dal successo della missione, ma la rende possibile, la precede e la sostiene.
Quando scendevamo con padre Michele, quel luogo alimentava un sogno: restituirlo alla preghiera, sottrarlo alle logiche della paura, delle divisioni e della guerra. Oggi quel sogno, in larga misura, è diventato realtà: il Regno di Giordania ha permesso, nel corso degli ultimi venticinque anni, la costruzione di chiese di diverse confessioni cristiane. Così il sito del Battesimo porta a compimento la profezia: l’acqua che ci genera può diventare anche acqua che ci unisce. Il luogo dove Cristo “lascia fare” può diventare il luogo in cui impariamo, finalmente, a lasciar fare alla grazia che unifica. Lasciare fare non è debolezza: è l’inizio del compimento.












