Il gran rifiuto di Jean-Paul Sartre: quando la filosofia respinge il Premio Nobel

Jean Paul Sartre

Ai Overview: Nell’autunno del 1964 l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Jean-Paul Sartre ha sollevato una questione centrale sul rapporto tra il lavoro intellettuale e le istituzioni ufficiali. La decisione del filosofo francese di non accettare il riconoscimento conferito dall’Accademia Svedese non è nata da un intento polemico contingente, ma si è inserita con linearità all’interno del suo percorso teorico e politico. Da un lato vi era la concezione esistenzialista dell’individuo come soggetto in continuo divenire, incompatibile con qualsiasi consacrazione formale che potesse cristallizzarne l’opera; dall’altro pesavano gli equilibri della Guerra Fredda e la volontà di mantenere una posizione autonoma tra i blocchi contrapposti, evitando che un premio conferito da un’istituzione occidentale condizionasse la ricezione del suo impegno politico. Nonostante un tentativo preventivo di comunicare la propria indisponibilità alla giuria di Stoccolma e la successiva rinuncia alla dotazione economica, i regolamenti della Fondazione hanno comunque reso definitiva l’attribuzione del titolo.

Il no di Sartre al Nobel: quando rifiutare diventa una scelta di libertà

Ci sono riconoscimenti che molti passerebbero la vita a inseguire e che qualcuno, invece, decide di rifiutare. Il 22 ottobre 1964, quando l’Accademia Svedese annunciò che il Premio Nobel per la Letteratura sarebbe stato assegnato a Jean-Paul Sartre, lo scrittore e filosofo francese aveva già deciso che non lo avrebbe accettato. La notizia fece il giro del mondo: per la prima volta un autore rifiutava volontariamente il più importante riconoscimento letterario internazionale.

Sartre era uno degli intellettuali più influenti del Novecento, il filosofo che aveva messo al centro del proprio pensiero la libertà, la responsabilità individuale e il peso delle scelte. Il suo rifiuto, quindi, non arrivava dal nulla. Era coerente con un modo di stare al mondo che non prevedeva la possibilità di sentirsi arrivati, consacrati una volta per tutte, messi al riparo dalle contraddizioni.

Per capire quel no bisogna partire da qui: dalla convinzione che uno scrittore non debba diventare un’istituzione.

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Non diventare una statua

Sartre aveva spiegato più volte di non amare gli onori ufficiali. Nel 1945 aveva rifiutato la Legion d’Onore e non aveva mai voluto entrare al Collège de France, nonostante le sollecitazioni di alcune persone a lui vicine. Il Nobel, dunque, non rappresentava un’eccezione, ma la conferma di una posizione che aveva maturato da tempo.

Accettare il premio avrebbe significato, ai suoi occhi, lasciarsi trasformare in qualcosa di diverso da uno scrittore: un’autorità riconosciuta, un nome consacrato, quasi un monumento. E un monumento, per definizione, è fermo. Sartre, invece, rivendicava il diritto di cambiare idea, di contraddirsi, di continuare a prendere posizione senza che un riconoscimento ufficiale finisse per definire una volta per tutte il valore e il significato della sua opera.

Il 23 ottobre, il giorno dopo l’annuncio, tornò sulla vicenda in un’intervista alla stampa svedese, ripresa anche da diversi quotidiani francesi. Si disse dispiaciuto che il suo gesto fosse diventato uno scandalo: gli avevano assegnato un premio e lui lo aveva rifiutato. Non voleva, spiegò, che la sua scelta fosse interpretata come un’offesa all’Accademia o come una presa di posizione contro il Nobel in sé. Il punto era un altro.

«Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli», dichiarò.

In quella frase c’è molto del suo pensiero. Finché una persona è viva, la sua storia non è conclusa. Può ancora cambiare, smentire ciò che ha detto, intraprendere strade diverse. Accettare di essere trasformati in un simbolo immutabile significa, in qualche modo, rinunciare a una parte di questa libertà.

Un rifiuto anche politico

Le ragioni di Sartre, però, non erano soltanto personali. Nel 1964 il mondo era attraversato dalle tensioni della Guerra fredda e dalla contrapposizione tra il blocco occidentale e quello orientale. Sartre era un intellettuale di sinistra, vicino al socialismo e ai movimenti anticoloniali. Temeva che accettare il Nobel potesse essere interpretato come un’adesione all’ordine culturale e politico occidentale.

Nell’intervista del 23 ottobre spiegò che, in quel momento, la sfida sul fronte della cultura consisteva nel rendere possibile la coesistenza tra le culture dell’Est e dell’Ovest, senza che le istituzioni finissero per trasformare ogni riconoscimento in uno strumento di schieramento.

Le sue simpatie politiche erano dichiarate. Non per questo, sosteneva, avrebbe accettato un’onorificenza proveniente dal blocco orientale: avrebbe rifiutato anche il Premio Lenin, se gli fosse stato assegnato. Non voleva che un riconoscimento ufficiale, qualunque fosse la sua provenienza, diventasse un marchio capace di condizionare il significato del suo lavoro.

C’è un passaggio dell’intervista che restituisce bene la complessità della sua posizione. Sartre ricordò che, durante la guerra d’Algeria, avrebbe accolto con gratitudine il Nobel se quel riconoscimento avesse contribuito a onorare la lotta per la libertà, e non soltanto la sua persona. Ma il premio era arrivato in un altro momento, quando avrebbe finito per attribuire a lui, individualmente, un valore che non voleva fosse separato dalle battaglie politiche in cui credeva.

La lettera arrivata troppo tardi

C’è anche un dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante. Sartre aveva scritto in anticipo all’Accademia Svedese, chiedendo di non essere preso in considerazione. La sua volontà, tuttavia, non impedì che il premio venisse annunciato. Sartre aveva già espresso le proprie ragioni e, quando il suo nome fu proclamato, si limitò a confermare una scelta maturata prima.

Rinunciò anche al denaro associato al riconoscimento. Eppure, dal punto di vista formale, il suo nome rimase legato al Nobel per la Letteratura del 1964: il regolamento non prevede che il premio venga trasferito a un altro autore dopo un rifiuto.

Naturalmente, il suo rifiuto non fu privo di contraddizioni, come non lo fu la sua vita politica e intellettuale, ma la libertà che rivendicava non consisteva nel diventare un uomo senza contraddizioni, bensì nel non lasciare che fossero gli altri a stabilire, una volta per tutte, chi dovesse essere. Fedele fino all’ultimo al suo pensiero e al fatto che nella vita non si fa quello si vuole, ma si è responsabili di ciò che si è.

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