È nella bellezza superba delle isole del venti, dove mare e cielo non hanno confini, il segreto di questo bel romanzo
Bella chi di bellissimo sì’ adornuta / Di li to pedi pirfinu a la trizza… Canta così, Pino, il catananno (bisnonno) – nome per metà derivante dal greco katà (assai) e metà dal siciliano nannu – e tutti intorno ballano, alzando le braccia a scatti, coi ritmi di una danza dell’antica Grecia. Sembra una pagina di Zorba il greco il romanzo di Nikos Kazantzakis o un’immagine del film diretto da Michael Cacoyanni, ma sono invece le poetiche strofe di un romanzo siciliano intenso, denso di sentimento e vita vera, con protagonisti personaggi che subiscono il fascino delle tradizioni; creature impregnate di odori di campagna e sapore di mare; lo stesso mare dove Omero immaginò la dimora di Eolo, re custode dei venti.

Alicudi, l’isola più solitaria delle Eolie, un mondo di cinque chilometri scarsi che nessuno sa contare fra i settecentotredici abitanti che ci vivono, è al centro di una storia tanto misteriosa quanto dimenticata, almeno fino a quando Marta Lamalfa, giovane scrittrice nata a Palmi, non l’ha riportata alla luce con L’isola dove volano le femmine (Neri Pozza, pagine 314, euro 18), romanzo scritto con lingua elegante, originale e antica, che solo i narratori mediterranei sanno ben maneggiare. Caterina, è la protagonista del racconto che scorre tra majare che volano di notte nel cielo, e pescatori e contadini, abitanti dell’isola dei profumi e dei colori, di cui l’autrice riporta magie, umori e fatiche.
Quando la protagonista del romanzo perde la sua gemella, che se l’è portata via un male cattivo, è come se la sua vita si fosse improvvisamente ristretta. Le restano il lavoro nei campi e le fatiche di casa, aspettando stancamente il giorno in cui nell’isola tutti si riuniscono per impastare il pane di segala: perché solo quello, da sempre, panificano gli alicudari. Ma da qualche tempo (siamo nell’anno 1903) qualcosa è cambiato. Alle spighe di segale spuntano piccoli corni neri, come il carbone; tizzonare, le chiamano. Avvengono pure fatti strani, dopo aver mangiato quel pane nero. Ci sono animali che parlano, pagliacci giganti che si muovono all’orizzonte, pietre che piovono dal cielo. E le majare [streghe] si alzano in volo di notte. All’inizio, gli alicudari non s’erano fidati a mangiare quel pane, fatto di segale, Caterina al contrario butta giù morsi duri che hanno l’odore della morte e sogna di scappare.
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Vorrebbe diventare majara, da quando ha sentito che sono donne che «c’hanno dei poteri»: ridono e volano, sono cosparse da un unguento speciale e hanno i capelli sciolti. È ricco di metafore, questo romanzo. Nella trama e nel linguaggio somiglia a quelle narrazioni sospese tra realismo e magia che vengono dai sud del mondo, e nelle quali si confondono fantasia e realtà. Qui, il magico che ha acceso l’immaginazione della scrittrice, si trova nell’area delle Eolie, al centro del Mediterraneo; ad Alicudi, la più piccola delle isole dell’arcipelago, che l’ha ispirata per la storia delle “streghe del mare” e dell’allucinazione provocata dalle strane spighe di segale. È nella bellezza superba delle isole del venti, dove mare e cielo non hanno confini, il segreto di questo bel romanzo.













