Il saluto a De Raho: «Uomo del dialogo per ritrovare la fiducia»

Ho vissuto Reggio al tempo di Pignatone e De Raho e posso dirmi fortunato: per la loro competenza professionale e per la capacità di dirigere una Procura composta da personalità diverse e forti, valorizzando le capacità di ognuno e coordinandole in indagini che hanno prodotto frutti evidenti.

Il loro lavoro non è stato mosso da professionalismo; né da voglia di carriera: entrambi avevano avuto grandi risultati anche prima di venire a Reggio. Se entrambi hanno scelto di venirci è perché hanno il cuore mosso dalla militanza per la Giustizia, che può nascere solo dalla Liberazione dal cancro che ammorba i nostri territori.

Essendo uomo–prete ho avuto il dono di una relazione personale (umana) con entrambi e di sentire anche il peso della loro scelta: una lontananza dagli affetti familiari e amicali, che spesso si traduce in solitudine. Recentemente, le parole con cui Federico l’ha espressa (nonostante qualcuno abbia cercato d’usarle contro di lui, fingendo di fraintenderle) ci hanno permesso di vedere il modo con cui l’ha affrontata: scegliendo una sorta di clausura monacale che, mentre era barriera verso le ambiguità («I rappresentanti delle Istituzioni devono essere credibili anche in piccole scelte quotidiane»), contemporaneamente è stata occasione per una crescita più profonda della sua coscienza spirituale. Ma la clausura vissuta così non l’ha chiuso in una specie di torre d’avorio. Ogni volta che persone credibili gli hanno chiesto d’incontrare cittadini (e soprattutto giovani), non ha fatto mancare un dialogo che ha generato in tutti la crescita della fiducia nella sua Procura. Una fiducia che ogni volta lui ha sollecitato divenisse un passo in più: «Proprio perché la Procura sta testimoniando competenza e capacità di non farsi condizionare da alcun tipo di poteri (e d’intrecci tra poteri), occorre che tutti ci impegniamo a fare la scelta, chiara e pubblica, di militare per la liberazione dalle ingiustizie ». In un incontro con ReggioNonTace, citò Borsellino: «Nella lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non è una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specie le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Sono parole che oggi valgono più che mai, se si vuole mettere un argine alla sfiducia.

Oggi Federico è diventato Procuratore nazionale antimafia. Personalmente non la considero una perdita né per la Procura, né per la città. Nella Procura ci sono magistrati altrettanto competenti e credibili, e anche chiari militanti della Giustizia e della Liberazione di Reggio dalla ’ndrangheta e dagli affaristi che le sono complici. E mi auguro che il nuovo Procuratore che verrà sia animato dallo stesso spirito e che chi ha il compito di sceglierlo lo faccia in tempi brevissimi e consentendo alla Procura continuità. Ma non è una perdita neanche per la città. Credo infatti che compito di ognuno non è quello di risolvere i problemi, ma d’essere testimoni che si può lottare verso questo obiettivo, anche quando i tempi saranno lunghi. E Federico lascia in eredità a tutti questa testimonianza in maniera credibile. Del resto il ruolo che oggi è chiamato a svolgere non lo renderà estraneo per Reggio. Anzi.

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