In unitate fidei, il richiamo di Papa Leone XIV a Nicea

Il documento, pubblicato alla vigilia del Viaggio Apostolico in Turchia, ripercorre la definizione della fede nicena, si sofferma sul mistero dell’Incarnazione e sprona i cristiani a un rinnovato cammino di testimonianza
Leone XIV incontra la Cei

Nel giorno della Solennità di Cristo Re, il Pontefice richiama l’eredità del Concilio di Nicea e invita la Chiesa a un rinnovato coraggio nella professione del Credo, sottolinea, poi, il valore della fede come fondamento della speranza e dell’unità della comunità credente.



Origine della fede e significato del richiamo a Nicea

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità di Cristo Re dell’universo, si fa ancor più profondo il richiamo alle origini della fede. Papa Leone XIV, in un gesto di significativa congiunzione temporale, ha voluto marcare il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea con la pubblicazione della Lettera Apostolica In unitate fidei. Il Pontefice, mentre è in partenza per l’imminente Viaggio Apostolico in Turchia, offre alla cristianità intera un documento che non è solo una commemorazione storica, ma un vibrante invito a «incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede». In tempi di incertezza e smarrimento esistenziale, il Vescovo di Roma riconduce l’attenzione sull’unica vera roccia: la professione in Gesù Cristo, Figlio di Dio, come cuore della fede e fonte inesauribile di speranza.

La disputa ariana e la definizione del Credo niceno

Il primo Concilio Ecumenico, tenutosi nel 325 d.C., fu convocato per dirimere una disputa che minacciava l’integrità stessa del cristianesimo nascente: l’eresia di Ario. Il presbitero alessandrino, infatti, insegnava che Gesù non era il vero Figlio di Dio, ma un “essere intermedio” creato dal Padre, sostenendo che «vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio “non era”». I 318 Padri conciliari reagirono a questa dottrina che svuotava il mistero dell’Incarnazione, definendo per la prima volta in modo inequivocabile che Gesù è «dalla sostanza (ousia) del Padre» ed è «generato, non creato, della stessa sostanza (homooúsios) del Padre». Il Papa sottolinea come l’uso di questi termini, sebbene non biblici, fu reso necessario proprio per affermare la fede delle Scritture e distinguerla nettamente dall’errore, ponendo le basi della nostra professione di fede in colui che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

Il significato teologico del “descendit”

La Lettera Apostolica si sofferma in particolare sul verbo descendit, «disceso», il cui significato va oltre il dato geografico per toccare la dimensione della salvezza e della divinizzazione. Il Figlio di Dio, assumendo la condizione umana, ha intrapreso un cammino di abbassamento totale, come Servo, proprio «per poterci divinizzare». Questa divinizzazione, come ricorda il Pontefice citando i Padri della Chiesa, è «opera della grazia e vera umanizzazione», che rende l’uomo partecipe della natura divina. Dopo Nicea, la controversia ariana non si spense immediatamente, ma continuò a infuriare per decenni. Il Papa rende onore a figure titaniche come Sant’Atanasio, la «roccia del Credo» che per la sua irriducibilità fu espulso più volte, e ai Padri Cappadoci – San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa e San Gregorio Nazianzeno – cui si deve il merito di aver chiarito la dottrina dello Spirito Santo, portando alla formulazione definitiva del Credo Niceno-Costantinopolitano nel Concilio di Costantinopoli del 381.

L’attualità del messaggio e la chiamata alla conversione

La ricchezza della Lettera, tuttavia, risiede nella sua attualizzazione: il Pontefice invita a un coraggioso esame di coscienza sulla nostra fede in Dio Creatore, un esame necessario per comprendere se stiamo davvero vivendo in coerenza con la nostra professione o se piuttosto non stiamo chinando il capo davanti a nuovi «idoli» che ne offuscano la signoria. Il Credo impegna ogni cristiano a un’azione concreta, traducendosi in una richiesta di «giustizia, equità e custodia del creato», temi che richiamano esplicitamente la sensibilità mostrata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.
La fede, dunque, è viva e vera solo se la sequela di Cristo, inteso come Signore (Kyrios), si manifesta nella «via della croce», e nell’amore per il prossimo, specialmente verso i «poveri e gli emarginati». In questo, è richiamato il monito evangelico che ci invita a vedere il Cristo sofferente nei nostri fratelli.

Il futuro dell’ecumenismo e l’unità dei cristiani

Infine, In unitate fidei guarda con slancio al futuro dell’ecumenismo. Il Papa ribadisce che il Credo è «la base e il criterio di riferimento per la ricerca dell’unità» tra i cristiani. Egli osserva che il dialogo teologico ha portato a riconoscere come «quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide!», e invita a superare le polemiche con un «ecumenismo rivolto al futuro», un ecumenismo che sia primariamente spirituale, fatto di preghiera, di adorazione e di scambio di doni spirituali. Il modello è l’«unità nella Trinità» stessa, dove l’unità non è tirannia ma armonia di differenze.

La Lettera Apostolica si conclude con una preghiera allo Spirito Santo, il Consolatore che è «l’armonia», affinché possa «unire i cuori e le menti dei credenti», permettendo loro di testimoniare con una sola voce «il dono ricevuto». Solo tornando all’unità della fede professata a Nicea, la Chiesa potrà essere un autentico segno di speranza e di riconciliazione per il mondo contemporaneo.

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