La Risurrezione insegna che vale la pena credere

Il commento al Vangelo di monsignor Giacomo D’Anna.

 

Nella parola di Dio di questa terza domenica di Pasqua troviamo ancora un gruppo di persone scosse, smarrite, disorientate, una piccola comunità che ancora stenta a credere, che ancora fa fatica a rendersi conto che quel Gesù che era morto adesso è tornato in vita e non esita a confermare la loro fede con le sue apparizioni. Ancora una volta siamo chiamati ad andare a scuola del Signore, impareggiabile maestro di pazienza e di misericordia per noi sempre più increduli. Cristo comunque non si stanca mai della nostra poca fede, anzi nel Vangelo di oggi sembra comprenderla e quasi giustificarla. Proprio così: Gesù comprende la nostra fatica ad accettare qualcosa di umanamente inspiegabile, come cioè sia possibile risorgere, ritornare in vita dopo una passione e morte così indescrivibilmente atroci e cruenti. Capisce addirittura il nostro esagerato desiderio ed esigenza di vedere e toccare, tant’è che è Lui stesso ad invitare i discepoli a compiere azioni precise con le parole: «Toccatemi e guardate». Due gesti concreti che una volta compiuti non possono più ammettere e giustificare dubbi e titubanze. Lo aveva fatto prima con Tommaso, lo rifà a distanza di alcuni giorni con gli altri apostoli, lo rifà con noi a distanza di oltre duemila anni, offrendosi alla nostra vista spirituale e al nostro tatto sacramentale, ogni volta che insieme spezziamo il pane della Parola e dell’Eucaristia. Dobbiamo riconoscere a un certo punto della nostra vita, soprattutto nei momenti più difficili, non ultimo in questo tempo triste di pandemia con le sue interminabili chiusure e insicurezze, che abbiamo bisogno di segni concreti, abbiamo bisogno di vedere e di toccare. Non è semplice curiosità o pura esigenza speculativa, non è neanche mera illusione o preoccupante segno di una fede debole e fragile. Né si può considerare inutile ricerca di un dato affettivo emozionale, né tanto meno vano infantilismo spirituale. Eppure non erano mancati i segni di riconoscimento offerti dallo stesso Risorto agli Undici, sempre più smarriti e confusi: il sepolcro vuoto, il sudario e le bende, gli angeli, le donne, le precedenti apparizioni anche ai discepoli di Emmaus, ma niente, ancora paura, dubbio, turbamento, incredulità. Gesù vuole comunque fidarsi di loro e a loro affidare il cosiddetto kerigma, ossia il centro dell’annuncio cristiano del Vangelo, il cuore della predicazione evangelica, che consiste nella proclamazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo, fatto sotto l’azione dello Spirito Santo da chi ne è stato testimone. Gesù che avrebbe dovuto contestarci e accusarci di tutti questi atteggiamenti negativi e deplorevoli, invece ci rassicura e incoraggia facendoci sottendere che quella nostra volontà di veder e toccare è un’esigenza vitale, e lo fa ancora con l’augurio «Pace a voi». Ancora una volta è il Risorto a prendere l’iniziativa, a scendere al livello dei discepoli, ad abbassarsi fino alle loro limitate capacità spirituali che li portano a scambiarlo addirittura per un fantasma. Eppure Egli è sempre disposto a dare la possibilità di farsi vedere e toccare con un corpo fisico, come sottolinea Lui stesso: «Un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho», e a dare una prova in più, quasi assurda, chiedere del cibo e di mangiarlo davanti a loro. Ma perché tutto questo? Solo per semplice buonismo o mera ingenuità? Certamente no, poiché Gesù vuole confermare la fede degli apostoli per fare di loro dei testimoni audaci e coraggiosi. A loro, infatti, dopo essersi fatto vedere e toccare, dopo aver confermato con i fatti e non solo a parole la loro fede sulla verità fondamentale della sua risurrezione, come vittoria sul peccato e sulla morte, chiede di andare, di uscire, di essere i primi testimoni. Nasce così la Chiesa. Da una comunità incredula e tremante a un gruppo di apostoli che va in giro per il mondo, ormai impavido e senza paura, felice di gridare a tutti con il sorriso sulle labbra e con la gioia nel cuore che Gesù è il Signore, che Lui è vivo e vero in mezzo a noi e che è sempre pronto a farsi vedere e toccare, assicurando tutti della sua presenza di pace e di amore, e dimostrando che Lui non se n’è andato mai da questo mondo, ma è rimasto qui, presente con la sua Parola e nell’Eucaristia. Vale davvero dunque la pena di credere e di testimoniare che niente è impossibile a Dio e a chiunque crede e si fida di Lui.

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