Ai Overview: Il concetto di “restanza”, coniato dall’antropologo Vito Teti nel 2010 per descrivere la condizione di chi rimane nei paesi soggetti a spopolamento, ha subìto nel tempo profonde trasformazioni semantiche. Inizialmente inquadrato come un dato di fatto privo di accezioni eroiche, il termine è stato progressivamente caricato di significati identitari e idealizzati. Il dibattito odierno, animato dal confronto tra diverse visioni sulle aree interne, impone una riflessione sulle origini della parola. La questione centrale, lontana dall’estetica dei borghi, si concentra oggi sulla rivendicazione dei diritti civili: l’accesso ai servizi essenziali, come scuole e ospedali, necessari per garantire alle comunità la concreta possibilità di scegliere tra il restare, il partire o il tornare.
Le origini del termine e le prime trasformazioni
Che fine ha fatto la restanza? La parola è cambiata. O forse siamo noi ad averla fatta cambiare.
La prima volta che Vito Teti parla di Restanza è nel 2010, nel suo libro Pietre di pane. Un’antropologia del restare. È un termine con cui un antropologo prova a raccontare quello che vede da anni nei paesi: persone che rimangono mentre intorno tutto cambia, luoghi che si svuotano, partenze, ritorni, assenze. Già nelle prime pagine di quel libro Teti specifica che «l’essere rimasto non si tratta né di un atto di debolezza né di coraggio, ma è semplicemente un dato di fatto, una condizione». E poi continua scrivendo che quella parola «può diventare un modo di essere, una vocazione, se vissuta senza sudditanza, senza soggezione, ma anche senza boria, senza compiacimento, senza angustia e chiusure, con un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione».
È un concetto che chiarisce perfettamente il punto di partenza. In questa definizione non c’è alcun manifesto, ma il racconto di un fenomeno, di una condizione che Teti auspica possa essere semplicemente normalizzata. Restare non è un gesto eroico, né una scelta da contrapporre a quella di chi parte. Eppure è proprio questa la prima trasformazione che il concetto attraversa: la restanza comincia a essere raccontata come una scelta, quasi una forma di eroismo, allontanandosi inizialmente dal significato con cui Teti l’aveva coniata.
Dalla Treccani al cinema: l’evoluzione della parola
Nel 2017 la parola restanza entra tra i neologismi della Treccani. Nel frattempo comincia a viaggiare: passa dai libri ai giornali, dai convegni ai social, dai racconti dei piccoli comuni alle iniziative che cercano di dare un futuro alle aree interne. Nel 2021 arriva anche al cinema con La restanza di Alessandra Coppola, dedicato a un gruppo di giovani di Castiglione d’Otranto. Qui restare significa provare a costruire qualcosa: recuperare colture, inventare lavoro, mettere insieme persone e competenze. Il paese non è più soltanto quello da cui si parte. Diventa quello in cui si può tentare di costruire. È una delle tante trasformazioni che la parola attraversa, passando da condizione a scelta, fino a diventare un processo identitario.
Soprattutto sui social, cominciamo a parlare di “restanti” e “partenti”, come se fossero due categorie contrapposte. Una semplificazione che rischia di cancellare una delle cose che Teti aveva messo al centro del suo ragionamento: restare non significa necessariamente non essere mai partiti.
L’allargamento semantico e la nascita della “tornanza”
Nel 2022 Teti torna sulla parola con Restanza. E la definizione si allarga ancora. In copertina non c’è una foto, non un’illustrazione, ma una spiegazione del termine, quasi una sottolineatura: «Partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità. Al diritto di migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente». In questa definizione chi resta e chi è partita non è in contrapposizione, nelle pagine scritte da Teti non lo è mai stato.
Nel 2025 un nuovo termine viene inserito tra i neologismi: è la tornanza, utilizzato per raccontare esperienze di ritorno, di rientro e di reinvenzione del rapporto con i luoghi. Il progetto Tornanza, ideato da Flavio Albano e Antonio Prota e sviluppato anche attraverso il volume La Tornanza. Ritorni e innesti orientati al futuro, dialoga apertamente con il lavoro di Teti e con l’Atlante della Restanza. Restanza e tornanza sembrano così completarsi.
I limiti della narrazione e il dibattito sulle aree interne
Restanti e tornanti sembrano schierarsi dallo stesso lato. Da questa lente sembrano rimanere fuori chi è partito e non torna, chi vorrebbe farlo ma non può, chi ha costruito altrove la propria vita e continua comunque ad avere un rapporto con il paese da cui proviene. In realtà, anche qui Vito Teti aveva chiarito che si può essere restanti anche non rimanendo più nel proprio paese. Nel mondo dell’internet vince però la contrapposizione, il dualismo. Ed è proprio qui che il dibattito sui paesi rischia di diventare troppo semplice. Da una parte la celebrazione dei borghi, delle tradizioni, dei piccoli centri come luoghi da salvare; dall’altra la denuncia delle loro contraddizioni e del loro progressivo svuotamento.
Non a casa la polemica recente tra Christian Raimo e Franco Arminio si inserisce anche in questo spazio. Raimo, raccontando sui social alcuni suoi viaggi attraverso piccoli centri italiani, ha messo in discussione l’immagine idealizzata dei borghi, descrivendo spopolamento, servizi chiusi, maschilismo, razzismo e marginalità. Una posizione che si è contrapposta alla visione di chi, come Arminio, ha costruito gran parte del proprio lavoro sulla necessità di guardare ai paesi e alle aree interne non soltanto attraverso ciò che hanno perso.
Il diritto a restare e le scelte delle comunità
Quello che emerge è quanto la parola restanza, dopo anni di usi e riusi, abbia bisogno di tornare alla sua radice. Non come estetica del vivere nei piccoli centri o come elogio di chi “ha scelto di rimanere”.
In un recente articolo pubblicato su Lucy sulla Cultura, Vito Teti ed Enza Maria Macaluso invitano a riportare la restanza alla sua «radice politica», legandola «alla scelta e al diritto di restare». Non un’attitudine esistenziale, un’appartenenza da rivendicare o un’estetica del ben vivere, ma «un diritto da conquistare, al pari di ogni altro diritto sociale e di cittadinanza».
È un passaggio decisivo, perché restare non è sempre una scelta libera. Dipende dai servizi che un territorio riesce a garantire, dalle scuole che restano aperte, dalla sanità, dai trasporti, dal lavoro, dalla possibilità concreta di costruire una vita. E allora il problema non è più soltanto raccontare chi resta, ma chiedersi quali condizioni rendano possibile restare.
Teti e Macaluso lo scrivono con chiarezza: «Perché è qui che il discorso, se vuole essere onesto fino in fondo, deve spostarsi: dal piano simbolico a quello politico».
Prima ancora di chiederci che fine abbia fatto la restanza, dovremmo chiederci che cosa abbiamo cominciato a chiamare restanza e, soprattutto, che cosa siamo disposti a fare perché restare possa davvero essere un diritto.













