L’anniversario della rinuncia al ministero petrino di Joseph Ratzinger, a tredici anni da quel 28 febbraio 2013, offre l’occasione per analizzare le dinamiche storiche e teologiche che legano gli ultimi pontificati. In un quadro temporale che ha visto succedersi Benedetto XVI, papa Francesco e l’attuale pontefice Leone XIV, emerge una chiara linea di continuità magisteriale, spesso messa in secondo piano dalle narrazioni mediatiche incentrate sulle presunte divisioni. La stesura di documenti condivisi nel passaggio da un papa all’altro, come avvenuto per le encicliche “Lumen Fidei” e “Dilexi te”, evidenzia concretamente come l’insegnamento della Chiesa proceda per progressiva sedimentazione e non per rotture. A unire in modo profondo queste tre figure così diverse tra loro è la comune e radicale concezione del papato, inteso non come esercizio di potere, ma come totale servizio alla comunità dei credenti.
I fili agostiniani e l’incontro nei Giardini Vaticani
C’è una fotografia, scattata nei Giardini Vaticani qualche anno fa, che ritrae due uomini sorridenti sotto un mosaico della Madonna col Bambino. Uno è Joseph Ratzinger, vestito di bianco con la semplicità dei suoi ultimi anni, l’altro è Robert Francis Prevost, all’epoca priore generale degli Agostiniani, venuto a fargli visita insieme ai confratelli che curano la sagrestia pontificia. Nessuno dei due, quel giorno, poteva immaginare che cosa il tempo avrebbe disposto: la morte di Ratzinger, il 31 dicembre 2022; la scomparsa di Francesco, il 21 aprile 2025; l’elezione di Prevost al soglio di Pietro, l’8 maggio dello stesso anno, col nome di Leone XIV. Eppure, a guardare quell’immagine oggi, il 28 febbraio 2026 – tredicesimo anniversario della fine del pontificato di Benedetto XVI – si ha l’impressione che vi fosse custodito qualcosa di più di un incontro casuale. Alle ore venti del 28 febbraio 2013, quando le porte di Castel Gandolfo si chiusero e la Guardia Svizzera lasciò il suo posto, Ratzinger divenne ciò che aveva annunciato diciassette giorni prima davanti a un collegio di cardinali attoniti: un papa che non era più papa. Prima di lui, bisognava risalire a Gregorio XII nel 1415 per trovare il precedente più vicino. L’ultimo saluto di Ratzinger alla folla riunita nella piazzetta di Castel Gandolfo fu disarmante nella sua asciuttezza: «Sono un semplice pellegrino che inizia la sua ultima tappa su questa terra».
Il primo anniversario di quella rinuncia che cade sotto il pontificato di Leone XIV consente una rilettura meno emotiva e più attenta ai fili profondi che attraversano la storia recente della Chiesa. Uno di questi fili è agostiniano. La tesi di dottorato del giovane Ratzinger, discussa nel 1953, si intitolava Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant’Agostino: il rapporto tra grazia, ragione e comunità dei credenti sarà il tema portante di tutta la sua teologia. Prevost è agostiniano per vocazione e per vita: entrato nell’ordine fondato sulla Regola del vescovo di Ippona, ne è stato priore generale dal 2001 al 2013. Non è un dettaglio: è il luogo spirituale da cui entrambi hanno guardato alla Chiesa, alla fede, al mistero di Dio che si rivela nella storia.
I due si erano già incontrati, e in circostanze significative. Nell’aprile del 2007, Benedetto XVI si recò in visita pastorale a Pavia, celebrando i vespri nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove è custodita l’urna con le spoglie di Sant’Agostino. Ad accoglierlo c’era proprio Prevost. Nell’omelia, Ratzinger volle rivolgere un saluto «in modo speciale al priore generale degli Agostiniani, padre Robert Francis Prevost». Diciotto anni dopo, quell’agostiniano avrebbe scelto di vivere nel Palazzo Apostolico che Ratzinger aveva abitato e che Bergoglio aveva lasciato per la Domus Sanctae Marthae, e avrebbe convocato un concistoro straordinario in cui, tra le voci all’ordine del giorno, figurava anche una riflessione sulla liturgia – tema caro a Benedetto XVI come pochi altri.
La sedimentazione del magistero e i documenti ereditati
C’è poi un dato meno evidente: la catena dei documenti ereditati. Nel luglio 2013, pochi mesi dopo la sua elezione, Francesco pubblicò la Lumen Fidei, enciclica sulla fede che era stata in gran parte preparata da Benedetto XVI nei suoi ultimi mesi di pontificato. Bergoglio la fece propria, la completò, la firmò, riconoscendo apertamente il debito con il predecessore. Il gesto si è ripetuto, quasi specularmente, con Leone XIV. Negli ultimi mesi di vita, Francesco stava preparando un’esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri. Non riuscì a completarla. Prevost, una volta eletto, la ricevette come un lascito. Il 4 ottobre 2025, festa di San Francesco d’Assisi, la firmò col titolo Dilexi te, scrivendo: «Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato».
Questa dinamica dice qualcosa di importante sulla natura del magistero, qualcosa che smentisce la narrazione prevalente negli ultimi tredici anni. La lettura mediatica dominante – Ratzinger contro Bergoglio, il teologo conservatore contro il pastore progressista, il professore bavarese contro il prete delle periferie argentine – non ha mai retto alla prova dei fatti, ma ha avuto il merito di funzionare come cornice giornalistica. La realtà è più complessa e, in un certo senso, più interessante. Due papi hanno firmato documenti scritti in gran parte dal loro predecessore, senza che questo sembrasse una forzatura: la Lumen Fidei non era meno “bergogliana” per essere stata pensata da Ratzinger; la Dilexi te non è meno “leonina” per portare l’impronta di Francesco. Il magistero della Chiesa si costruisce per accumulo, per sedimentazione, non per rottura.
Leone XIV sembra muoversi con consapevolezza in questo solco. Chi lo osserva da vicino nota una duplicità che disorienta gli schieramenti: quando riafferma la dottrina sacramentale con rigore teologico, i tradizionalisti lo celebrano come un ritorno ai toni di Wojtyla e Ratzinger; quando abbraccia un senzatetto in una periferia metropolitana o denuncia il trattamento dei migranti – «trattati come spazzatura», ha detto ai Movimenti Popolari nell’ottobre scorso – il mondo progressista lo acclama come erede diretto di Bergoglio. Entrambe le letture colgono qualcosa, nessuna coglie il tutto. Nel discorso con cui spiegò la scelta del suo nome, il 10 maggio 2025, Prevost citò insieme, nella stessa frase, la Spe salvi di Benedetto XVI e la Spes non confundit di Francesco, come a dire che non intendeva scegliere fra i suoi predecessori.
L’essenza del ministero petrino vissuta come servizio
Ma forse il legame più profondo tra il gesto di Ratzinger del 28 febbraio 2013 e il pontificato appena iniziato da Prevost non va cercato nella teologia agostiniana né nella continuità dei documenti. Va cercato in una parola più semplice: servizio. Nella Declaratio con cui annunciò la rinuncia, Benedetto XVI affermò di averla compiuta «con piena libertà», dichiarando la propria «incapacità di amministrare bene il ministero» a lui affidato. Non c’era retorica in quelle parole, e nemmeno falsa modestia: c’era la convinzione che il ministero petrino appartiene alla Chiesa, non all’uomo che lo esercita. Lo stesso concetto è risuonato, con accenti diversi ma con identica sostanza, nel primo discorso di Leone XIV ai cardinali riuniti nell’Aula del Sinodo: «Il Papa, a cominciare da San Pietro e fino a me, suo indegno Successore, è un umile servitore di Dio e dei fratelli, non altro che questo».
Non altro che questo. La formula merita attenzione perché è una delimitazione. Dice ciò che il papa è, e implicitamente dice ciò che il papa non è. Benedetto XVI lo aveva mostrato nel modo più radicale possibile, rinunciando. Francesco lo aveva mostrato vivendo alla Domus Sanctae Marthae, rifiutando la mozzetta rossa, chiedendo alla folla di pregare per lui prima di dare la sua prima benedizione. Leone XIV lo sta mostrando a modo suo, in una sintesi che è troppo presto per giudicare ma non per riconoscere.
Tredici anni dopo quel 28 febbraio, la Chiesa si trova in una posizione inedita: per la prima volta, il Papa che rinunciò e il Papa che gli succedette sono entrambi scomparsi, e un terzo Pontefice – il primo statunitense, il primo agostiniano, un uomo che Ratzinger salutò personalmente sotto le volte della basilica di Pavia – porta avanti il cammino. Chi vuole ancora leggere questa storia come uno scontro tra fazioni troverà sempre meno appigli. Chi invece sa guardarla come una successione di servitori che si passano il testimone – un’enciclica lasciata a metà, un’esortazione completata da un altro, un gesto di rinuncia che ha liberato la Chiesa dal timore della propria fragilità – vi troverà una trama più fedele ai fatti, e forse anche più fedele al Vangelo. Quel semplice pellegrino che nella sera fredda di febbraio salutò il mondo con un «buonanotte» non immaginava probabilmente di avviare tutto questo. Ma è nel carattere delle scelte libere e coraggiose produrre frutti che vanno molto oltre le intenzioni di chi le compie.













